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Sigarette elettroniche e covid-19: parlare è più contagioso che svapare


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Qualcuno si ostina ad affermare che possa essere concreto il rischio che lo svapo aumenti il rischio di contagio e di malattia per covid-19. Si tratta di fantasie non supportate da evidenze scientifiche. Se si vuole fare informazione corretta sui rapporti che intercorrono tra covid-19, sigaretta elettronica e trasmissibilità virale, è bene fare riferimento a studi rigorosi e non alle fake news. La risposta viene da una serie di analisi condotte dai ricercatori CoEhar, il Centro di ricerca per la riduzione del danno da fumo dell’Università di Catania, in collaborazione con esperti mondiali di fisica e virologia che hanno hanno creato un modello che spiega molto chiaramente la dinamica di trasmissibilità del virus attraverso aerosol esalati nell’ambiente circostante. Il modello mostra chiaramente che il rischio è cosi basso da essere di diversi ordini di grandezza inferiore a quello di una persona cha parla.
La domanda che i ricercatori si sono posti è stata questa: è possibile che l’aerosol emesso dai prodotti da svapo possa favorire una trasmissione aerea del virus? Il tema della trasmissione del virus per via aerea non è nuovo. Già l’Organizzazione mondiale della sanità e il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti avevano rimarcato il ruolo fondamentale che le goccioline di saliva emesse durante la respirazione hanno nella trasmissione aerea del virus.
polosa-coehar.jpgI ricercatori del CoEhar sono andati oltre. Si è voluto indagare con uno studio ad-hoc se effettivamente l’uso della sigaretta elettronica da parte di un individuo positivo potesse aumentare il rischio di contagio. Lo scenario sperimentale prendeva in esame un ipotetico utilizzatore positivo al Sars-cov-2 dedito al cosiddetto “svapo di guancia” (lo stile di inalazione più comune e discreto per cui il vapore prodotto dal device viene assaporato in bocca prima di essere inalato nei polmoni). La metodologia che abbiamo seguito ha preso in considerazione la quantità media di “sbuffi” durante lo svapo, le dimensioni delle goccioline emesse e l’arco temporale in cui l’azione è stata eseguita. Abbiamo poi incrociato questi dati con quelli ufficiali riguardo la carica virale del covid-19 e altri parametri specifici della dinamica delle particelle aerodisperse in ambiente domestico e all’aperto con condizioni di ventilazione normali. Ebbene, i risultati sono stati abbastanza chiari: il potenziale aumento del rischio di contagio attraverso l’uso di e-cig è risultato irrisorio, pari all’1% rispetto alla respirazione a riposo. Per meglio comprendere questo risultato i ricercatori CoEhar hanno anche stabilito il livello di rischio legato ad altre comuni attività respiratorie: per esempio trenta colpi di tosse nell’arco di un ora incrementano il rischio di contagio del 260%. Se questo non bastasse, un’altra importante ricerca, peraltro unica nel suo genere, condotta dai nostri ricercatori del CoEhar insieme a partner internazionali, ha indagato se effettivamente ci fosse un rischio maggiore per fumatori e svapatori in caso di positività al covid-19. Il dato che è venuto fuori, contrario a quanto affermato nelle prime ore della diffusione della pandemia, è che il numero di fumatori ospedalizzati a causa del covid-19 è stato inferiori proprio rispetto alle previsioni. Perché? Secondo quanto emerso dalle prime analisi sembrerebbe che la nicotina possa fungere da fattore protettivo nel contrarre la malattia e questo soprattutto nelle sue manifestazioni più gravi.
Il professor Riccardo Polosa, fondatore del CoEhar, ha più volte evidenziato come: “Nonostante i dati siano contro-intuitivi e non del tutto confermati, una cosa certa è che non vi sia correlazione tra fumo e maggiori rischi nella suscettibilità di infezione da Sars-cov-2. Da questo si intuisce come i sistemi che rilasciano nicotina senza combustione essendo molto meno tossici rispetto alle sigarette convenzionali siano anch’essi esclusi come maggiore fattore di rischio per l’infezione e/o lo sviluppo della malattia”.

L’autore: Giovanni Li Volti è direttore del CoEhar e professore ordinario di Biochimica dell’Università degli studi di Catania.

(articolo tratto da Sigmagazine #25 marzo-aprile 2021)

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