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Lotta al fumo: la lobby più potente si chiama opinione pubblica


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Non è solo l’Unione Europea a tenere con il fiato sospeso milioni di svapatori e scienziati e medici impegnati nelle politiche di riduzione del danno. Se a Bruxelles le grandi manovre attorno al Piano contro il cancro rischiano di legittimare l’equiparazione tra svapo e fumo, sacrificando uno degli strumenti tecnologici moderni più efficaci nelle strategie di disassuefazione dal fumo, altri fronti si aprono in Europa: quelli dei governi nazionali.
Dall’Olanda alla Spagna, sono adesso gli esecutivi in prima persona ad assumere iniziative che rischiano non solo di rendere la vita difficile ai consumatori e a chi opera economicamente nel settore, ma anche di pregiudicare soluzioni efficaci sul piano del contrasto al tabagismo. Magari sulla scia di campagne di disinformazione che hanno trovato campo fertile negli Stati Uniti: una testimonianza di provincialismo e di scarsa conoscenza delle diverse realtà continentali. Insomma gli obiettivi decantati di raggiungere società libere dal fumo entro una certa data (a seconda dell’impeto propagandistico del momento) sono contraddetti da iniziative che renderanno tali traguardi irraggiungibili. E che costeranno vita e salute ai tanti fumatori che non riescono a smettere con le terapie tradizionali e che invece possono farlo attraverso la sigaretta elettronica. Ma le vicende che raccontiamo annoverano anche la reazione dei consumatori, gli interventi di operatori sanitari e scienziati, l’opposizione dei produttori e dei commercianti del vaping. E dimostrano che, in democrazia, la partecipazione, l’intervento documentato, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sono gli strumenti legittimi con cui contrastare misure che si ritengono sbagliate.
olanda.jpgIl caso più eclatante è quello olandese. Si tratta infatti di una proposta di legge elaborata dal ministero della Salute e pubblicizzata ormai lo scorso giugno, quando il ministro Paul Blokhuis dichiarò pubblicamente che il governo si stava adoperando per modificare la legge sul tabacco esistente con l’obiettivo di inserire il divieto di vendita di liquidi per sigarette elettroniche con gusti diversi dal tabacco. La nuova normativa sarebbe dovuta entrare in vigore nei primi sei mesi del 2021. Una svolta draconiana, tanto più sorprendente in quanto decisa in un Paese noto per le sue politiche liberali, addirittura tolleranti nei confronti di dipendenze ben più controverse, e nel quale fra le istituzioni sanitarie che hanno riconosciuto la riduzione del danno della sigaretta elettronica rispetto a quella di tabacco c’è lo stesso Istituto nazionale per la salute pubblica, il Rivm. Ma per il governo di Mark Rutte, l’algido e rigoroso primo ministro olandese oggi dimissionario, il vento proibizionista che spirava (e spira tuttora) dagli Stati Uniti era una tentazione troppo forte. Motivazione, neanche a dirlo, la volontà di proteggere i minori, nella convinzione che questi siano attirati dagli aromi presenti nei liquidi. “La generazione senza fumo che vediamo arrivare deve anche essere senza sigaretta elettronica”, aveva detto Blokhuis.
Quel che il ministro non si attendeva è stata però la reazione di singoli vaper, associazioni di consumatori, rappresentanze industriali del vaping e gruppi di scienziati specializzati nelle politiche di riduzione del danno che hanno intasato nei mesi successivi la casella postale reale e virtuale del ministero della Salute. Di fronte alle prime proteste, Blokhuis ha deciso infatti di aprire una consultazione pubblica. È stato uno tsunami di interventi, contestazioni documentate, critiche corredate da studi scientifici, proposte alternative. Una partecipazione popolare che ha coinvolto non solo olandesi, ma anche studiosi di altri Paesi europei e internazionali, e che ha costretto il governo ad allungare i tempi della consultazione, dilatatasi sino all’inizio di febbraio. Mai in Olanda un quesito in materia sanitaria aveva raccolto un numero così grande di partecipanti. Il risultato: una schiacciante maggioranza ha chiesto al ministro Blockhuis di ritornare sui suoi passi. Hanno fornito il loro contributo, fra gli altri, l’organizzazione dei consumatori olandese Acvoda, la rete europea Ethra, il ramo irlandese di New Nicotine Alliance, il Consumer Choice Center, l’associazione europea dei produttori Ieva, la rete internazionale dei consumatori World Vapers’ Alliance.

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Manifestazione spagnola pro vapig

Fra i medici e gli uomini di scienza che hanno dato il loro apporto, autorità nel campo della riduzione del danno come il greco Konstantinos Farsalinos dell’Università di Patrasso e dell’Università dell’Attica occidentale, Frank Baeyens e Karolien Adriaens dell’Università di Lovanio, in Belgio, e il CoEhar dell’Università di Catania, che ha fornito un’opinione scientifica firmata da Renée O’Leary, Riccardo Polosa e Giovanni Li Volti, supportata da 67 accademici italiani di varie discipline. Il CoEhar ha raccomandato al governo olandese di non vietare gli aromi, sottolineando, studi scientifici alla mano, che la misura non serve a prevenire l’uso della sigaretta fra i minori, che è spinto dalla curiosità.
Sul versante imprenditoriale, il gruppo dei produttori Ieva ha invece snocciolato i dati del Trimbos Instituut, l’organismo olandese che si occupa di dipendenze e salute mentale, secondo i quali la situazione in Olanda non giustifica una misura così drastica: “Il numero dei giovani olandesi che hanno provato le sigarette elettroniche è diminuito del 25% negli ultimi cinque anni. Nel 2019 solo lo 0,2% dei ragazzi tra i 14 e i 16 anni ha fatto uso regolare di sigarette elettroniche e il 99,8% degli utilizzatori di sigarette elettroniche nel Paese è composto da ex fumatori di tabacco”. Nel frattempo il governo olandese è andato in crisi e la sua attività è ridotta all’ordinaria amministrazione e la decisione potrebbe essere affidata al governo che verrà dopo il voto di marzo. Ma intanto questa esperienza ha dimostrato una cosa: le decisioni dei governi possono essere contrastate, criticate e contestate attraverso la mobilitazione e apportando quella mole di documentazione scientifica che comincia a essere a disposizione in quantità rilevante. Dall’Olanda alla Spagna. Qui non è in gioco una legge specifica, capace di incidere su consumi e costumi dei vaper, ma una campagna di comunicazione tanto inconsistente quanto insidiosa. Anche nel caso spagnolo c’è la mano del Ministero della salute, la cui direzione generale di sanità pubblica ha dichiarato che la sigaretta elettronica, pur non contenendo tabacco e non avendo combustione, “non è una alternativa meno dannosa del fumo, anzi pregiudica ugualmente la salute”. Nessun dato ma molte parole, tra cui quelle che i vapori sprigionati “non sono innocui né per chi aspira né per le persone che sono vicine a chi svapa” e che il consumo di sigarette elettroniche è prevalentemente diffuso tra i giovanissimi, “tanto che sono pochi gli over 35 a farne uso”. Affermazioni che stridono con gli studi scientifici finora condotti – è bene ricordarlo – soprattutto da istituzioni indipendenti. E che hanno sollevato reazioni da parte di molte organizzazioni e sono costate anche una denuncia da parte dell’Upev, l’associazione iberica degli operatori delle sigarette elettroniche, al Ministro della salute Salvador Illa per una campagna di comunicazione istituzionale definita “fuorviante e diffamatoria”. Una campagna costata 1,5 milioni di euro per diffondere la più contestabile delle affermazioni, cioè l’equiparazione tra fumo e vapore. E recidiva, giacché collegata a un’analoga campagna dello scorso anno, “El tabaco ata y te mata”, che le associazioni di settore avevano già contestato per i suoi contenuti scorretti e disinformativi. Allora il ministero si era dovuto scusare per avere messo sullo stesso piano sigaretta elettronica e tradizionale, ma non aveva ritenuto opportuno sospendere l’iniziativa. Averla riproposta con lo stesso contenuto fa pensare a una vera e propria malafede da parte delle istituzioni, ha detto Massimiliano Belli, leader del Grupo Nr3 in prima fila nelle campagne per la riduzione del danno da fumo.

L’autore: Pierluigi Mennitti è giornalista professionista, direttore della rivista StartMagazine

(articolo tratto dal bimestrale Sigmagazine #25 marzo-aprile 2021)

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