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Farsalinos chiede il ritiro di studio su covid-19 e sigaretta elettronica


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Sono il cardiologo greco Konstantinos Farsalinos e il docente della New York University Raymond Niaura a chiedere il ritiro di uno studio pubblicato lo scorso 11 agosto sul Journal of Adolescent Health, che metteva in relazione il covid 19 e l’uso esclusivo o duale della sigaretta elettronica fra i minori. La ricerca, intitolata “Association Between Youth Smoking, Electronic Cigarette Use, and Coronavirus Disease 2019” e condotta da Shivani Mathur Gaiha e Bonnie Halpern-Felsher della Stanford University e Jing Chend della University of California di San Francisco, ha avuto molta risonanza negli Usa, andando ad accrescere il clima di generale preoccupazione per il vaping fra i minori.
farsalinos-300x215.jpgEppure, secondo Farsalinos e Niaura, nel lavoro in questione c’è più di qualcosa che non torna. “Abbiamo riscontrato – scrivono i due in un articolo disponibile in preprint su Qeios – seri problemi nella ponderazione della popolazione, bias nelle risposte e implausibilità biologica. Le conclusioni suggerite e l’interpretazione dei risultati dello studio non possono essere considerati affidabili”. “Questi problemi – concludono Farsalinos e Niaura – sollevano la questione del ritiro dello studio”.
Quali sono nello specifico ile incongruenze riscontrate? Gaiha e i suoi colleghi hanno condotto uno studio trasversale online dal 6 al 14 maggio 2020 su persone di età compresa fra i 13 e i 24 anni, riscontrando un’associazione statisticamente rilevante che chi aveva svapato (ever e-cigarette users) e la diagnosi di covid-19. Ma attenzione, questa associazione non è stata riscontrata per gli attuali utilizzatori di e-cig (current e-cigarette users). Qui c’è il primo problema. “Non è biologicamente plausibile – commentano i due studiosi su Queios – che provare o sperimentare la sigaretta elettronica causi maggiori effetti sulla salute che si traducono in una più forte predisposizione al covid-19, rispetto all’uso attuale e regolare”. È un po’ come dire che chi ha fumato una sigaretta nella vita, è esposto a maggiori rischi di chi fuma un pacchetto al giorno.
niaura-300x278.jpgIl secondo punto in discussione riguarda i numeri. Gaiha e i colleghi riferiscono che la proporzione di giovani che avevano usato la sigaretta elettronica sottoposti a test per il covid era pari al 17,5%, mentre quella dei non vaper al 5,7%. Ma, incrociando questi numeri con i dati forniti dai Cdc e dal Census Bureau, risulterebbe che ben il 64% di tutti i test per covid eseguiti negli Usa sono stati condotti su persone fra i 13 e i 24 anni. “Una grossolana sovrastima – commentano Farsalinos e Niaura – in considerazione della mancanza di una adeguata capacità di test del momento e la assoluta priorità data alle persone a rischio grave”. Gli stessi Centers for Disease Control, inoltre, confermano in un documento che al 16 maggio solo il 5% dei test era stato condotto sui minori di 18 anni.
coronavirus-microscopio-300x184.jpgInfine, concludono i due studiosi, in base ai risultati dello studio di Gahia, i casi di covid-19 fra i 13-24enni rappresenterebbero il 46,8% di tutti i casi confermati negli Stati uniti. “Un’altra grossolana sovrastima”, commentano i due medici, riconducendo tutto a probabili false risposte da parte dei partecipanti allo studio. “In conclusione – affermano Farsalinos e Niaura – i risultati di Gaiha et al. non possono essere considerati validi e rappresentativi della popolazione, probabilmente a causa di un grave bias nelle risposte e per la pratica di adattare un campione online a tutta la popolazione tramite la ponderazione. Anche la ponderazione della popolazione sembra essere sbagliata, secondo la tabella supplementare pubblicata dagli autori, poiché hanno utilizzato dati sulla popolazione di gruppi di età 10-24 anni mentre i partecipanti allo studio avevano 13 anni o più”.
Farsalinos e Niaura suggeriscono agli autori dello studio di riconsiderare le conclusioni e l’interpretazione del loro lavoro e agli editori di ritirarlo dalla pubblicazione per i problemi con la qualità dei dati. Vedremo come andrà a finire. Intanto non si può non rilevare come ancora una volta uno studio che scredita uno strumento di riduzione del danno da fumo, sembri non reggere la prova dello scrutinio dei dati. Il danno, però, è in gran parte già fatto.

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