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I tabacchi italiani- il sigaro toscano (kentucky della valtiberina, della valdichiana e del beneventano) e le sigaraie di lucca


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Le mani si muovono rapide e sicure. Tagliano le foglie e dopo averle riempite con il tabacco minuziosamente spezzettato le arrotolano, dandogli l'inconfondibile forma. Ancora oggi il sigaro - quello migliore - nasce così, plasmato da un'abilità tutta femminile. Una tradizione, quella delle sigaraie, che a Lucca si tramanda di madre in figlia da più di una generazione ed è tutt'altro che destinata a scomparire. Nella storica Manifattura lavorano 57 sigaraie: tra queste ci sono anche alcune giovani apprendiste, che dopo una formazione di 18 mesi diventeranno sigaraie specializzate a tutti gli effetti.

Per la città di Lucca - e per la Toscana - la lavorazione del sigaro rappresenta un'importante risorsa, sia da un punto di vista occupazionale che culturale. In Valdichiana e in Valtiberina si trovano alcune piantagioni di Kentucky, il tabacco con cui vengono prodotti i Toscani. I coltivatori sono 150, e un'altra cinquantina di operai lavorano nei due stabilimenti, a Sansepolcro e a Foiano della Chiana, dove avviene la selezione del tabacco migliore e l'essiccazione. Nella Manifattura di Lucca (un altro stabilimento è a Cava dei Tirreni, in Campania) si producono solo i Toscani pregiati, come l'Originale fatto a mano e l'Extravecchio, inserito da Slow Food tra i prodotti tipici da tutelare, in quanto - seppur lavorato a macchina - è fatto con tabacco tutto toscano, proveniente dalle coltivazioni della Valtiberina e della Valdichiana.

«Il Kentucky appartiene alla famiglia dei fire-cured, i tabacchi curati a fuoco diretto con legna di quercia - spiega il dottor Dario Milano, responsabile per l'Eti della divisione sigari -. Durante questa fase, che dura in media tra i 15 e i 20 giorni, il fuoco si alterna all'umidità. Le foglie destinate al ripieno vengono immerse nell'acqua per avviare il processo di fermentazione, che dura circa quattro settimane; le altre, destinate alla fascia esterna, vengono invece lavorate il giorno successivo». Sono, quest'ultime, foglie lucide, elastiche e resistenti, dall'alto contenuto di nicotina (3-5 per cento): intere e grandi, fino ad un metro di altezza, vengono bagnate, quindi scostolate, divise in due parti (sinistra e destra) e riunite nel gruppo della metà cui appartengono. E' uno spettacolo vedere le sigaraie al lavoro: sagomata con il coltello la mezza foglia che serve per la fascia esterna, soppesano nel palmo della mano la giusta quantità di tabacco trinciato per il ripieno, prelevato da un sacchetto che tengono in grembo, e con pochi, rapidi movimenti danno forma al Toscano, con un'abilità manuale degna dei migliori artigiani.
I ritmi sono serrati: da una foglia di tabacco si possono ricavare dai quattro ai sei sigari, e ogni sigaraia può arrivare ad arrotolarne anche 600 al giorno.
A questo punto non resta che affrontare la stagionatura: un periodo di maturazione che varia dai 6 ai 12 mesi e che serve per far asciugare il sigaro, e portarlo ad un tasso di umidità (al 12-13 per cento) ideale per il consumo. La fermentazione è indispensabile, non solo per migliorare le caratteristiche generali del sigaro, ma anche e soprattutto per portare il pH (grado d'acidità) a 8,5 e cioè lievemente alcalino.

Il sigaro Toscano nasce per caso, a Firenze, nell'agosto del 1815, da un'intuizione fortuita quanto geniale dell'allora direttore della Manifattura fiorentina.
Tutto comincia con un violento acquazzone estivo, che si abbatte improvviso su un intero raccolto di tabacco appena scaricato dai barrocci della Val di Chiana. Passata la pioggia, gli operai, disperati, stendono le foglie, ma il carico, completamente bagnato, è ormai inservibile. «Facciamolo asciugare al sole - è la felice idea del responsabile dello stabilimento, preoccupato di perdere il posto di lavoro per quelle foglie che già avevano cominciato a fermentare -. Ne ricaveremo dei sigarini, da vendere a buon mercato agli operai».Le cose però andarono diversamente: perché quei sigari avevano un gusto e un aroma talmente particolari che conquistarono tutti, perfino il Granduca Ferdinando III, che decretò ufficialmente la nascita del sigaro Toscano.

Da Firenze la produzione fu trasferita nella vicina Lucca, nello stesso posto (un ex convento all'interno delle mura) dove tuttora si trova la Manifattura. In passato, prima di accendere un sigaro, si usava riscaldarlo con un fiammifero. L'operazione serviva a bruciare la colla e ad evitare che la prima boccata avesse un odore e un sapore strano. Oggi la colla - assolutamente naturale, a base di amido di mais - è insapore e inodore.
La storia del sigaro Toscano si sovrappone a quella delle sigaraie, le artigiane a cui era affidata sin dall’Ottocento la quasi totalità della produzione, figure attorno a cui non tardarono ad addensarsi storie e leggende – spesso eccessive, come quella infondata e dall’aura vagamente erotica dei sigari arrotolati tra le cosce, latrice di un’immagine oltretutto fuorviante circa il duro lavoro delle donne, impiegate in uno stabilimento industriale e capaci – prime tra tutte le lavoratrici italiane – di far valere i propri diritti. Dopo l’Unità d’Italia il numero delle sigaraie impiegate nel settore crebbe in modo esponenziale, sino a farne, verso l’inizio del secolo scorso, la presenza femminile più rilevante nel mondo delle fabbriche italiane, con circa 12.000 unità, che alla vigila della prima guerra mondiale passarono a 16.000. Il clima turbolento, i continui soprusi da parte dei colleghi, i severi controlli in entrata e in uscita, portarono le sigaraie a ribellarsi: chiedevano maggiori diritti. L’apice delle loro proteste venne raggiunto proprio nello stabilimento di Lucca, dove nel 1912 delle lavoratrici a cottimo denunciarono la bassa qualità dei materiali a disposizione, situazione che impediva loro di raggiunge la quota giornaliera di sigari da rollare. Grazie alle proteste le sigaraie riuscirono a far valere i propri diritti di lavoratrici, ottenendo anche per prime l’allestimento di asili nido nei luoghi di lavoro.
Ancor oggi il lavoro delle sigaraie è di importanza decisiva, il confezionamento dei sigari Toscano di fascia più alta è infatti affidato interamente alla loro abilità. Oggi come nell’800 l’abilità della sigaraia sta nello scegliere il giusto quantitativo di ripieno e nell’arrotolare il sigaro con maestria: se rimanesse dell’aria nella fascia o il ripieno fosse eccedente, il sigaro non tirerebbe. Per quanto riguarda la produzione a mano il tabacco viene portato nel locale dove lavorano le quaranta sigaraie della manifattura, lì ciascuna riempie la propria sacchina e prende la porzione giornaliera di fascia pretagliata. A questo punto sparge la colla sulla tavoletta di legno, vi colloca la fascia e la stende. Quindi seleziona la quantità di ripieno da utilizzare e lo inizia a “pettinare” (allungandolo per creare i canali d’aria atti alla combustione). Dunque mette il ripieno sulla tavoletta e comincia ad avvolgere la fascia, in modo da ottenere un sigaro con tre volute di foglia. Il sigaro viene infine sistemato sulla taglierina dove viene spuntato delle estremità e portato così a misura. In questo modo sono oggi prodotti il Toscano Originale, il Toscano Originale Selected, il Presidente, il Millenium e il Moro. Per quest’ultimo, il più pregiato della produzione lucchese, si usa una mezza foglia non pretagliata di Kentucky americano.
Come detto la produzione di sigari in Italia era altissima nel secolo scorso, ancora nel biennio 1938-39 venivano venduti 423 milioni di sigari Toscano, cifra che supera abbondantemente i livelli di produzione e consumo del giorno d’oggi. Nel corso della seconda metà del ‘900 le fortune del Toscano erano però destinate a cambiare, il prodotto ha conosciuto decenni di crisi – anche qualitativa. Sembrava, secondo alcuni, che per i sigari stesse per suonare l’ultima campana. Epocale fu la scenata di un noto estimatore, lo scrittore Carlo Levi, che per lamentarsi del loro declino si presentò all’allora ministro delle Finanze e gli sbriciolò un sigaro davanti al naso: «Se questo fosse fabbricato da un privato tu avresti già dovuto chiederne l’arresto per frode in commercio». Ma non era ancora giunta l’ora del Toscano, che nei decenni successivi – dopo passaggi di mano e alterne fortune – vide finalmente tornare a crescere la produzione e a innalzarsi gli standard qualitativi.
Le nuove attenzioni sono state premiate dai consumatori: negli ultimi dieci anni infatti la produzione di Manifatture sigaro toscano è quasi raddoppiata, passando dai 110 milioni di pezzi del 2006 ai circa 196 milioni del 2016, di questi 3 milioni sono realizzati a mano, mentre 29 milioni vengono venduti all’estero, in più di 50 paesi.

Per i piccoli chimici si apre un mondo di aromi…

Quello che segue è frutto dei miei gusti e percezioni e pertanto espresso come esclusiva esperienza personale.

Estrarre un Antico Toscano ti mette in diretto contatto con il lento svapo e svapare un estratto di sigaro toscano ti fa provare una sensazione di contatto con un mondo perduto, senza la frenesia del nostro tempo, fatto di sapori e odori antichi, che necessita dei giusti tempi per gratificare il corpo e la mente.
L’estratto di toscano si abbina al moderato consumo di alcolici ricercati: due dita di grappa, magari barriccata o aromatizzata, fanno da corona a una serata tranquilla di sano relax durante la quale i problemi e i pensieri si perdono e confondono nelle volate di vapore.

Non è un aroma per tutti i giorni, va assaporato nella giusta dimensione spazio-temporale, possibilmente in compagnia di un amico o di un buon libro.

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E questo mi ha dato l'idea di ricrearne il profilo dando le sfumature particolari usando gli additivi e aromi "miei" con una analisi dettagliata dei "vari" sigari toscani, non so se ci riuscirò non pensate sia facile,, ma scriverò un post per approfondire questo post, che il viaggio abbia inizio! Attendetevelo a breve sto buttando giù la bozza e a occhio diventerà una dei miei soliti "Escursus".

Edited by Frank-Iv3shf
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