Jump to content

Recommended Posts

Storia del tabacco

Curiosa vicenda quella del tabacco: conosciuta tra gli antichi popoli precolombiani come ”il cibo degli dei”, ha finito per essere oggi indicato come uno dei più pericolosi killer per la salute dell’ uomo.

PRIMA DI COLOMBO

L’ uso di fumare deve essere antichissimo, giacché sono state trovate pipe dell’epoca del bronzo, fatte di questo metallo. Secondo alcuni la prima origine del fumare deve essere ricercata in cerimonie magiche, di carattere propiziatorio allo scopo di attirare la pioggia producendo nuvole di fumo.

I sacerdoti Aztechi, all’inizio delle cerimonie religiose, usavano soffiare il fumo verso il sole ed i quattro punti cardinali tramite pipe o direttamente del tabacco arrotolato.

Durante questi riti i sacerdoti qualche volta anziché soffiare il fumo lo aspiravano; in questo modo certe erbe esercitavano sull’organismo un potere ipnotico, o eccitante fino all’ebbrezza, permettendo quelle sensazioni che facilitavano la comunicazione con la divinità. Così, progressivamente, dal fumo rituale si passa al fumo piacere.

DALLE AMERICHE A TUTTO IL MONDO

Per l'Europa la storia del tabacco ha inizio con la scoperta dell'America, nell'ottobre del 1492.

Il primo europeo a fumare tabacco fu probabilmente un certo Rodrigo de Jeréz, un compagno di Cristoforo Colombo, che fu poi imprigionato per questa sua abitudine.

Nel 1495, dopo la seconda spedizione di Colombo, il frate Romano Pane, che l'aveva accompagnato, rimaneva ad Haiti e a lui dobbiamo la prima approssimativa descrizione della pianta del tabacco, che gli indigeni chiamavano "cojibà, cohivà, o goli". Egli credeva che gli Indiani fumassero soprattutto per scacciare i moscerini e che usassero l'erba come medicinale in alcune malattie.

Ma Don Fernando di Oviedo y Valdéz, governatore di Santo Domingo, dove venne iniziata la prima coltivazione di tabacco, si esprimeva così: " ..fra le molte sataniche arti gli indigeni ne posseggono una altamente nefasta, e cioè l'aspirazione del fumo delle foglie che essi chiamano tabacco, che produce in loro un profondo stato di incoscienza".

Nel 1560 Jean Nicot de Vellemain, ambasciatore di Francia in Portogallo, inviò a Francesco II e Caterina de' Medici dei semi di tabacco, vantandone le virtù curative: diceva che erano efficaci per l'ulcera e le malattie dello stomaco, che curavano piaghe, asma e varie malattie respiratorie e che potevano anche essere usati come dentifrici.

Il medico Monardez di Siviglia raccomandava l'uso del tabacco contro i morsi di serpenti e di insetti, contro il mal di testa, i raffreddori e i reumatismi; altri sostenevano che era un rimedio per l'apoplessia e le vertigini; in Gran Bretagna venne addirittura usato come preservativo dalla peste.

Per tutte queste sue supposte virtù terapeutiche alla pianta del tabacco vennero attribuiti i nomi di " erba santa" e "panacea".

Così nel 1584 un dizionario enciclopedico, compilato da Etienne de Thierry, introduce nella seconda edizione la voce Nicotiana, così definita: "erba di meravigliose virtù contro tutte le piaghe ulcere dermatiti squamose e tante altre cose, che il signor Jean Nicot inviò in Francia e di cui prese il nome".

L’uso del tabacco si diffuse rapidamente in Francia, poi in Europa ed in tutto il mondo: in Italia, nel 1561, attraverso un alto prelato, il cardinale Prospero di Santa Croce; in Inghilterra, nel 1565; in Germania, verso il 1570, attraverso gli Ugonotti, protestanti francesi che lasciavano la patria a causa delle persecuzioni; a Vienna, in quegli stessi anni.

Nel 1580 raggiunse la Turchia che gli apre le porte all'Asia. In 15 anni raggiunge Giappone, Corea e Cina. In Africa l'ingresso è avvenuto attraverso il Marocco nel 1593.

Il secolo XVII vede confermarsi l'espansione del tabacco in tutto il mondo, ma vede anche tentativi abbastanza numerosi, un po' dovunque, di opporsi al suo progresso.

In Inghilterra sin dall'inizio del secolo si organizzano "smoking parties" (raduni in cui si fuma) in tutte le classi sociali. I bambini vanno a scuola portando una pipa carica invece della merenda; durante la ricreazione, il maestro accende la pipa ed insegna agli alunni a tenerla correttamente.

Il tabacco trova però un avversario irriducibile nel re Giacomo I (1566-1625), che denuncia "questa deplorevole abitudine, disgustosa per gli occhi, sgradevole per il naso, pericolosa per il cervello, disastrosa per i polmoni. Tanto che promulgò un decreto contro il fumo. Pare che lo avesse fatto anche perché gli importatori erano spagnoli, suoi acerrimi nemici. Ne scaturì una pesantissima tassa sul tabacco, che contribuì notevolmente alla coltivazione clandestina della pianta.

Tuttavia in Francia, all'epoca di Luigi XIII (1601_ 1643), quando era già un'abitudine fumare, alcuni medici iniziarono a considerare il tabacco come una pianta dannosa.

Le autorità però tennero una posizione più sfumata, frutto, sin da allora, dello stesso conflitto di interessi che contrappone oggi la salute all'interesse economico: il tabagismo è un male, ma è anche una fonte di entrate. Nel 1621 il cardinale Richelieu aumentò considerevolmente le tasse sul tabacco, come su qualsiasi prodotto di origine coloniale o estera.

Anche in altre parti del mondo si imponevano tasse e si perseguitavano i fumatori con pene corporali. In Persia lo scià Abbas, richiamandosi al Corano, fa mozzare il naso agli annusatori di tabacco e tagliare le labbra ai fumatori. In Turchia Amurat IV arrivò sino alla pena di morte, facendo scegliere ai condannati: o l'impiccagione con la pipa tra i denti o il rogo con foglie di tabacco.

In Russia i fumatori venivano condannati ad essere bastonati e mutilati, ma lo zar Pietro il Grande tranquillamente fumava in lunghe pipe d'argilla.

Anche le donne presero posizione contro il tabacco: a Bayonne, nel 1610, dissero: "è meglio il deretano del diavolo che la bocca dei nostri mariti". Questo perché all'epoca il tabacco, che veniva quasi sempre masticato, era di qualità scadente e rendeva il fiato maleodorante ed i denti marci.

Riprendendo gli argomenti della Santa Inquisizione spagnola, il papa Urbano VIII nel 1630 parla di scomunica per i fumatori.

Il tabacco, nella forma di cicca o di materiale per la pipa, si estende dalla marina all'esercito. Il soldato mastica, l'ufficiale si prepara la pipa di sera al bivacco. 

Dopo aver masticato la foglia e poi averla fumata nella pipa, nel mondo si comincia a fiutare il tabacco. Il gesto di prendere un pizzico di tabacco da una apposita scatoletta e di portarlo alle narici si diffonde ampiamente in tutta Europa, questa volta attraverso l'aristocrazia e la borghesia. Se ne fa ben presto una questione di stile. Il gesto è  accompagnato da un grazioso movimento del polso che mette in bella mostra il polsino ricamato.

L'oreficeria si impadronisce delle tabacchiere, che diventano il dono privilegiato da fare a chi si vuole onorare. Da Luigi XIV a Carlo X essa è il ringraziamento tradizionale del sovrano, i cui lineamenti, spesso circondati da diamanti, sono raffigurati sul coperchio. Fino alla metà del XIX secolo si produce un'enorme varietà di tabacchiere, dal gioiello più favoloso alla modesta scatola di giunco.

 Ad ogni modo fiutare il tabacco, con la leggera sensazione di ubriachezza che dà il suo odore, comincia a far parte delle tossicomanie minori.

Nel 1809 il chimico francese Nicolas L. Vanquelin isola la nicotina.

LA COMPARSA DELLE SIGARETTE

Da Oriente arrivò un giorno una innovazione rivoluzionaria: nel 1832 i soldati mussulmani di Ibraim Pascià all'assedio di San Giovanni d'Acri cominciarono ad infilare un po' di tabacco nei cilindretti di carta in cui conservavano la polvere da sparo ed ad accenderli. Inventarono così la sigaretta, che arrivò in Italia nel 1857, nelle tasche dei reduci della spedizione in Crimea.

La moda della sigaretta si diffuse rapidamente in tutta Europa, creando una domanda inaspettata delle sigarette turche o delle loro imitazioni inglesi.  A partire dal 1860 esse sono già generalizzate ed hanno relegato la cieca da masticare in fondo alle miniere e la pipa nei bivacchi militari.

La guerra civile americana (1861-65) introduce un tipo di sigarette fatte di tabacco americano, di colore chiaro, più aromatico e più dolce. Ancora una volta la guerra mise l'economica sigaretta nelle mani dei soldati, prima dei confederali, poi di quelli dell'unione. Dopo aver provato qualche sigaretta con questo insolito tabacco, i nuovi fumatori sentivano l'impellente necessità di fumare di nuovo. Pertanto l'industria delle sigarette aveva generato un nuovo e potente vizio. Il successo della sigaretta fu talmente rapido che già nel 1868 venne fondata l'Associazione francese contro l'abuso del tabacco.

Ben presto i commercianti di tabacco ebbero l'idea di servirsi di annunci pubblicitari per attirare nuovi clienti. Una macchina brevettata nel 1880 produsse sigarette in serie e contribuì a tenere bassi i prezzi, mentre foto di divi dello sport e di ragazze sorridenti resero popolare tra il pubblico maschile l'immagine della sigaretta.

LE GUERRE MONDIALI

Secondo lo storico Robert Soliel i due metodi più importanti per diffondere il consumo di sigarette sono stati la pubblicità e la guerra. Infatti il consumo aumentò vertiginosamente con la prima guerra mondiale: la produzione americana passò da 18 miliardi di sigarette nel 1914 a 47 miliardi nel 1918. A questo contribuì una crociata per fornire sigarette gratis ai soldati: il loro effetto narcotico era considerato utile per combattere la solitudine al fronte. Una canzone inglese del tempo di guerra suggeriva: "chiudi i tuoi problemi nello zaino, mentre hai un fiammifero per accendere la sigaretta".

Coloro che si erano convertiti al fumo da soldati, divennero buoni clienti anche dopo la guerra. La pubblicità fece sì che gli americani continuassero a comprare sigarette anche durante e dopo la depressione economica del 1929. Furono stanziate somme colossali (circa 75.000.000 di dollari del 1931) perla promozione delle sigarette come aiuto per mantenersi snelli, come alternativa ai dolciumi; film che esaltavano dive fumatrici, come Marlene Dietrich, contribuivano a creare un'immagine sofisticata che colpì anche le donne .

Così nel 1939, alla vigilia di un'altra guerra mondiale, le donne americane si unirono agli uomini nel consumare 180 miliardi di sigarette.

Quando scoppiò la II guerra mondiale, di nuovo i soldati ebbero le sigarette gratis. Nell'Europa postbellica ad un certo punto le stecche di sigarette sostituirono la valuta nel mercato nero: i soldati americani di stanza in Europa compravano sigarette prodotte con le sovvenzioni governative per pochi centesimi e con esse pagavano tutto: dalle scarpe nuove alle ragazze. Nella sua marcia trionfale alla conquista del mondo, spesso il tabacco ha avuto come principali alleati nei fatti anche coloro che si dichiaravano suoi avversati a parole.

Questi ambigui rapporti continuano: ad esempio, le Poste italiane hanno emesso nel 1982 un francobollo contro il fumo, che si acquistava dallo stesso venditore delle sigarette del Monopolio di stato.

Edited by Renata1
formattazione testo in accordo con l'Autore
Link to post
Share on other sites
  • Renata1 utente senior featured and unfeatured this topic

Nei prodotti commerciali che contengono estratti "organici" noto spesso che riportano, nell'indicazione del nome, le diciture  tipiche del tabacco da pipa venduto in buste o latte in una tabaccheria.
Mi permetto di dare una indicazione utile a comprendere, nei limiti del possibile, la composizione dei tabacchi estratti e presenti nelle nostre boccette:

BLEND
Miscela, nel senso di composizione riferita agli ingredienti singoli o "in purezza" (Virginia, Burley, ecc.)

MIXTURE

Nelle definizioni riportate in seguito, l'assenza o la presenza del termine "mixture" sta a significare proprio che si tratta di un taglio "misto", piuttosto che di un tabacco presentato in forma omogenea (tipo BLEND). 
Per ciò che riguarda, invece, un'attribuzione di tipo geografico si è cercato di individuare più che altro uno stile tradizionale piuttosto che un luogo di produzione. 
Propongo una classificazione, in macrocategorie e categorie che rispondono ai criteri sopra  elencati, ovviamente non esaustiva.


AMERICAN BLEND (tabacchi di gusto americano)
Caratteristica principale di questa classe è la costante presenza di Burley, 
AMERICAN TRADITIONAL (classici americani)
Miscele diverse, complesse e classiche comprendenti vari tipi di tabacco, ma sempre con presenza più o meno importante di Burley, spesso con Perique e qualche volta Latakia.
AMERICAN MIXTURE (miscele americane)
Miscele tipicamente a base di Virginia e Burley chiari in proporzioni equilibrate, abbastanza profumate e delicate.
MODERN AMERICAN MIXTURE (miscele americane moderne)
Miscele molto profumate, a base di Black Cavendish  e Virginia con aggiunta spesso importante di Burley tostato a doppia fermentazione.

ENGLISH BLEND (tabacchi di gusto inglese)
A questa classe appartengono tabacchi molto diversi, ma accomunati da una lunga tradizione che li vede fedeli a se stessi da secoli. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l'acquisizione più recente è proprio la  categoria delle cosiddette EM; molto radicata anche l'abitudine di aromatizzare, anche pesantemente, i tabacchi pressati
ENGLISH TRADITIONAL (pressati inglesi)
Tipici tabacchi pressati (flake, plug, twist), aromatizzati e non, a base di Virginia a diversi gradi di maturazione e con eventuale aggiunta di altri tabacchi, ma spesso anche a base di Kentucky.
ENGLISH MIXTURE (miscele inglesi)
Miscele naturali a base di Virginia, Orientali e Latakia. 
MODERN ENGLISH MIXTURE (miscele inglesi moderne)
Miscele naturali a base di Virginia, Orientali e Latakia con aggiunta di Black Cavendish più o meno aromatizzato.
         
CONTINENTAL BLEND (Tabacchi di gusto europeo)
Miscele formate da molti tabacchi diversi prodotti in quasi tutta l'Europa continentale, anche se con le dovute differenze.
         
DUTCH MIXTURE (miscele di gusto olandese)
Il tipo olandese si distingue per la classica forte aromatizzazione alla cumarina e per la presenza di tabacchi tropicali e Latakia, tutti d'importazione.
         
FRENCH MIXTURE (miscele di gusto francese)
Il tipo francese, piuttosto forte per la presenza importante di tabacchi scuri nazionali, può presentare una leggera aromatizzazione ed è di norma sottoposto ad un processo di tostatura che lo caratterizza.
         
ITALIAN MIXTURE (miscele di gusto italiano)
Miscele di tabacchi in prevalenza scuri, totalmente naturali e di produzione locale.
         
CAVENDISH
I tabacchi a base di cavendish (procedimento di origine inglese) sono trasversali alle tradizioni locali e investono sia l'America che tutto il Nord Europa.
         
CAVENDISH MIXTURE  (miscele a base di Cavendish)
Miscele, sempre molto aromatizzate, a base di Black Cavendish e Virginia prodotte in tutti i Paesi.
         
VIRGINIA MIXTURE (Virginia)
Categoria esistente, anche se con rari rappresentanti, è costituita da trinciati più o meno fini, a base di Virginia, con eventuale aggiunta di altri tabacchi in misura non determinante, aromatizzati o no.
         

Link to post
Share on other sites

Tratto dalla pagina di Andrea, alias Alkemikosvapo, metodo di estrazione della macerazione cavendish 

____

_________________________

Il Cavendish non è una specie di tabacco, ma è il risultato di un trattamento speciale a cui viene sottoposto il tabacco al fine di aromatizzarlo. Questo tabacco è uno dei preferiti dai fumatori di pipa, ma tutti i prodotti presenti in commercio contengono additivi chimici e non sono il massimo per la macerazione. Come risolvere il problema?

Basta farselo in casa.

Sono molte le leggende legate al Cavendish. La più conosciuta fa risalire la sua origine al capitano Cavendish, che durante un lungo viaggio transoceanico conservò del comune Virginia in botti precedentemente utilizzate per contenere del rum. Com’era inevitabile, il tabacco fermentò, cambiando di sapore, e fu così che da una circostanza causale nacque il tabacco scuro e aromatico che presto si diffuse in tutto il mondo.

Al livello industriale, il Cavendish è prodotto a macchina e con l’ausilio di prodotti chimici umettanti e aromatizzanti. Se è vero che per i fumatori questo è l’ultimo dei problemi, per i vapers è un aspetto che desta attenzione.

Ricalcando la vecchia tradizione, possiamo facilmente produrre una versione domestica del Cavendish.

Ecco ciò che ci serve:

Una pentola

Acqua

Un graticcio

Una ciotola

Una pressa autocostruita per pressare il tabacco. La pressa non deve essere sigillata, ma deve garantire un costante passaggio d’aria per favorire la fermentazione del tabacco. Va utilizzato legno non trattato dal quale ricaveremo quattro parti, che assembleremo per formare il perimetro, e due ulteriori parti che funzioneranno da coperchi. I due coperchi devono essere liberi di scorrere, in modo che un morsetto da fai da te possa premerli l’uno verso l’altro, col tabacco in mezzo. Ottimo legni, facilmente reperibili, sono il faggio, la quercia, il noce ed il castagno. Il legno non deve essere laccato, rivestito o impregnato.

Ingredienti liquidi aromatici a piacere (es: distillati e succhi di frutta)

Tabacco senza additivi pericolosi per la salute

Questa è la procedura:

Mettere a bollire dell’acqua in una pentola;

Quando l’acqua bolle, mettere sulla pentola un graticcio in cui avremo sparpagliato il tabacco;

Trattare il tabacco al vapore per un paio d’ore, avendo cura di aggiungere acqua se necessario;

Mettere il tabacco ancora caldo e umido ad asciugare.  Dopo di che, aggiungere gli ingredienti aromatici senza eccedere (io metto un cucchiaino di rum e uno di succo di frutti di bosco per una ventina di grammi di tabacco) e mescolare bene il tutto;

Mettere il tabacco aromatizzato nella pressa autocostruita;

Serrare la pressa e tenere il tabacco sotto pressione per una settimana almeno. Controllare il serraggio della pressa nel corso dei giorni;

Al termine della procedura avremo ottenuto un mattoncino (plug) di tabacco compatto, asciutto al tatto, scuro e profumato, che utilizzeremo sminuzzandolo e macerandolo quando ne avremo bisogno.

10600.png

Link to post
Share on other sites
  • 3 weeks later...

propongo un interessante estratto dalla Enciclopedia Treccani che elenca le varieta italiane delle piante riconducibili alla specie Nicotiana. In questo elenco sono presenti, probabilmente, delle denominazioni a molti sconosciute.

"I tabacchi italiani si possono distinguere in: varietà da seme indigeno, varietà da seme esotico, ibridi o meticci (questi sono dovuti all'opera di L. Angeloni e dell'Istituto di Scafati).

a) Varietà indigene: comprendono varietà di Nicotiana rustica, come l'Erba santa di Cava (coltivata a Cava e a Nocera Superiore) per polvere da fiuto; il Palermo (coltivato nel Palermitano dal 1765) che dà la polvere da fiuto di S. Antonino; il Brasile leccese (coltivato a Nardò e Lequile) che fornisce la polvere da fiuto leccese e Erba santa.
Le principali varietà indigene di Nicotiana tabacum sono: 
Moro di Cori (coltivato a Cori nel Lazio fino dal 1800) già usato per preparare le polveri da fiuto per il clero, poi per la polvere detta Nostrano S. Vincenzo: oggi s'usa soprattutto per trinciati e sigarette indigene. 
Cattaro di Lecce (coltivato nel Leccese) si distingue in irrigato e secco: col primo si preparano le polveri leccesi, con l'altro polveri e trinciati da fumo. 
Spagnolo di Comiso (coltivato a Palermo dalla fine del sec. XVIII, poi a Catania, Siracusa, Messina): serviva per la polvere Licodia apprezzata molto per il suo aroma; oggi serve generalmente per preparare Rapato nostrale, i Caradà comuni, lo Zenziglio e un poco anche per i trinciati.
Spadone di Chiaravalle (fino dal 1750 coltivato in questo territorio delle Marche) serve per polveri da fiuto; si distingue in giallo (per il Sun di Spagna), chiaro (per i Caradà), scuro (per i Rapati). Con le migliori foglie dello scuro si preparano anche trinciati. 
Secco e Rigadio di Sardegna (coltivati in provincia di Sassari dal 1650): il secco non è irrigato, mentre il Rigadio lo è; il Rigadio serve esclusivamente per preparare la polvere da fiuto Zenziglio; col Secco si preparano polveri e inoltre trinciati e sigarette di qualità inferiore.
Nostrano del Brenta (coltivato dal 1750 nella vallata del Brenta a Valstagna, Oliero, Campolongo e Val Rosina) comprende l'Avanone, l'Avanetta e il Cucchetto; prima tali tabacchi servivano solo per polveri da fiuto, ora sono molto migliorati per selezione e incrocio e s'usano per trinciati e per alcuni tipi di sigari. 
Brasile beneventano (coltivato dal 1797 prima a Benevento, poi ad Avellino, Pontecorvo e Barcellona di Messina): s'usa per trinciati e sigari (a foggia svizzera e Cavour).

b) Varietà esotiche: prendono questo nome per quanto il seme si produca oggi anche in Italia.
Hanno un posto importante, e l'importanza aumenta sempre, nella tabacchicoltura italiana. Comprendono per lo più tabacchi di Levante, eccetto qualche incrocio di Kentucky coltivato in provincia di Salerno e in Toscana.

Link to post
Share on other sites

Continua la ricerca sui vari tabacchi italiani "minori" che hanno una valenza storiografica anche se nel nostro interesse non rivestono particolare importanza. In particolare oggi vi segnalo la storia del Brasile beneventano che alcuni confondono con la varietà di Kentucky utilizzata per la fabbricazione dei sigari Toscani. Il testo è la sintesi di una relazione redatta da agronomi e contiene pertanto termini tecnici non sempre di facile comprensione ma utili a stimolare la curiosità di approfondire l'argomento.

Brasile Beneventano

Il Brasile Beneventano è un ibrido della varietà lancifolia della Nicotiana tabacum e più propriamente rappresentata la Nicotiana tabacum, varietà lancifolia x brasiliensis x havanensis. La pianta ha foglie erette sullo stelo, di forma oblunga acuta o oblunga lanceolata, fiori rossi a pannocchia sub-corimbosa con lobi corollini largamente ovati o apiculati. La pianta ha bel portamento ed è larga circa 1,60 nel suo stadio di completa fioritura, nel quale porta fino anche a 25 foglie. E’ varietà più gentile delle altre affini tipo lo Spagnuolo di Comiso o lo Spadone. A Benevento, dove la varietà si è costituita per via di acclimatazione di varietà originaria del Brasile, l’introduzione della coltura del tabacco non è di data molto remota e, pare sia posteriore a quella in cui il tabacco si diffuse in Terra d’Otranto. Certo nel 1797 a Benevento si coltivava il tabacco, poiché Giustiniani così ne parla nel suo “Dizionario geografico, 1797, II, pag. 296: “A Benevento si coltiva il tabacco ed è un capo di industria e di guadagno per quelli che lo manipolano; ma non riesce gran fatto pregevole per mancanza forse di essa manipolazione“. Secondo altri autori, la coltivazione del tabacco può, a diritto, dirsi secolare, perché ebbe principio sin da quando Napoleone fece dono del ducato di Benevento al principe Carlo Maurizio Talleyrand. Sulle prime si coltivò una specie di Nicotiana che dicevasi “Cefonese” e che serviva più al fiuto che al fumo. Dopo l’epoca francese questa pianta fu coltivata insieme all’altra detta tabacco Riccio, pure destinata esclusivamente al fiuto. Verso il 1840 cominciò ad essere coltivata la varietà Brasile, che per antonomasia si chiamò Beneventano, perché coltivato esclusivamente nel territorio di Benevento. Al presente la coltura di questo Brasile viene eseguita nella provincia di Benevento (Benevento, San Leucio, San Nicola Manfredi, Sant’Angelo a Cupolo, Apice, San Giorgio la Montagna, San Martino Sannita, San Nazzaro e Calvi); in quella di Avellino (Pietradifusi), in quella di Terra di Lavoro (Pontecorvo), e in quella di Messina(Milazzo, Monforte, San Giorgio, Rocca Valdina, San Pietro Niceto, Spadafora, San Martino, Valdina, Barcellona Pozzo di Gotto, Castroreale, Falcone, Furnari e Oliveri); senonché mentre a Benevento la varietà in discorso cominciò a coltivarsi verso il 1840, nel territorio dell’attuale Agenzia di San Giorgio s’introdusse tale coltura nel 1872. A Pontecorvo, sebbene il tabacco si coltivasse fin dal 1815, la varietà stessa del Beneventano vi fu introdotta nel 1871, e in provincia di Messina nel 1891.

Si semina in gennaio su aiuole formate nel seguente modo: sul terreno scelto si stende uno strato di paglia alto 10 cm e vi si sovrappone del letame molto smaltito per 25 cm di spessore, sul quale si mette uno strato di 5-6 di terriccio o terra scelta. Il seme si sparge in quantità piuttosto rilevanti e le aiuole si ricoprono con fascine le quali dopo la germinazione del seme si tengono rialzate per circa 10-15 cm dalla superficie sostenute con pezzi di legno. Messi a rotazione biennale, i terreni del beneventano vengono da molti preparati con erbe da sovescio: lupini, favetta, trifoglio, scarsamente letamate in autunno. A marzo-aprile in tali terreni viene fatto il sotterramento delle erbe con zappatura od aratura e quindi, previo appianamento del suolo, viene eseguito il trapianto. Alcuni tagliano le erbe per foraggio e si limitano a preparare il terreno con la sola zappatura o aratura, ma molto superficiali, senza sotterramento dell’erbaio. Altri concimano il terreno con poco stallatico che danno per lo più in primavera sotterrandolo col lavoro di zappa o di aratro che precede l’appianamento. Nell’agro di Benevento, nei terreni da orto, dopo raccolte le ortaglie si concima con letame e cessino. Il trapiantamento s’inizia verso i primi di maggio e termina ai primi di giugno. Le piante si collocano alla distanza di cm 75-80 e vengono direttamente trasportare dal semenzaio al campo a dimora dove si piantano a mezzo di un foraterra. Dopo pochi giorni dal trapianto il tabacco viene sarchiato una prima volta e una seconda volta quando le piantine abbiano raggiunto da un terzo a metà del loro sviluppo normale. Verso la fine di luglio si inizia la cimatura che per lo più viene eseguita a fiore chiuso lasciando su ogni pianta circa 20 foglie, di cui le prime 4 o 5 più basse vengono distrutte come inservibili. Ai primi di agosto s’ inizia la raccolta delle foglie che si protrae a settembre e non di rado anche ai primi di ottobre. La cura delle foglie viene eseguita in due modi, con infuocatura   e senza. Cura con infuocatura: raccolte le foglie si lasciano ammucchiate per circa 24 ore con le punte in alto ricoprendole con un poco di paglia. Dopo ciò s’infilzano allo spago. Le filze lunghe da 1 metro a 1,20 e contenenti da 200 a 300 foglie ognuna, vengono quindi messe in stendaggio all’aperto su telai o in festoni lungo i muri delle case coloniche o sotto gli alberi. Diventato il prodotto giallo, le filze si discendono dallo stendaggio e si tengono ammucchiate per altre 24 ore circa. Quindi ad una alla volta si bagnano in acqua fredda o appena tiepida e così bagnate si mettono in masse coniche con le punte rivolte all’interno. Qualche volta si fa una seconda bagnatura e un secondo ammassamento, che dura pure da 24 a 30 ore. La rapida e alta fermentazione ( 50 a 60°C) che le foglie subiscono nelle masse di infuocatura le rende di colore marrone scuro. In generale l’infuocatura dura da 5 a 6 giorni in cui la massa si rivolta spesso. Trascorso questo tempo le filze si rimettono in stendaggio all’aperto in cui si lasciano fino a completo prosciugamento. Quando il tabacco è ben prosciugato si ritira nei locali di cura che per lo più sono semplici capanne, e si assoggetta alle cernite e all’affascicolamento. Curati coll’infuocatura i prodotti risultano snervati, senza alcun elasticità, privi di buona aroma, ma la pratica si esegue per facilitare, in un clima così umido di autunno e per la deficienza di buoni locali, il disseccamento delle foglie.
Cura senza infuocatura: sono pochi i prodotti che non ricevono l’infuocatura. La cura a secco è ostacolata dalla deficienza nella regione di adatti locali. Ad ogni modo la cura a secco si pratica così. Raccolte le foglie si mettono ad ingiallire all’aria aperta disponendole, con le punte rivolte sempre in alto, in mucchi in cui si tengono per 2-3 giorni. Dopo ciò s’infilzano nel modo detto per i tabacchi infuocati e cioè formando filze molto fitte di foglie, ciò che ostacola però un sollecito e regolare prosciugamento. Lo stendaggio delle filze viene fatto o in locali di muratura o nel peggior caso in capannoni coperti e riparati dalle intemperie alla meglio con stuole. Le filze di tanto in tanto vengono discese dallo stendaggio è posto in piccole masse a fermentare per pochi giorni e quindi nuovamente appese nei telai. Completato l’essiccamento, le filze sono messe in masse più grandi dove si tengono fino al momento di cernire le foglie e affascicolarle.

In tutte le zone di coltivazione il Brasile Beneventano sia irriguo o a secco, curato con o senza infuocatura, viene cernito in 3 classi. La prima classe è costituita dalle foglie meglio sviluppate, ben mature, sane, di colore marrone e o marrone scuro uniforme, di tessuto fine ed elastico; la seconda classe è formata da foglie pure bene sviluppate ma di tessuto più grossolano; la terza infine rappresentata dalle foglie aventi minor pregio di quelle di seconda classe. Le foglie avariate o immature sono riunite a parte in un’unica categoria e considerate scarto. Dopo cernite le foglie, classe per classe, si affascicolano. I fascicoli si costituiscono di 10 foglie ciascuno per i prodotti dell’area beneventana non curati coll’infuocatura e per quelli di Pontecorvo e si legano con spago. Di ogni 5 fascicoli si costituisce poi un mazzo legato per la testata. I prodotti infuocati si sogliono affascicolare in mazzi di 100 foglie l’uno legati con legaccia vegetale. I prodotti di Barcellona si confezionano in fascicoli di 50 foglie ciascuno. Formati i fascicoli si mettono in piccole massette dove si tengono in modo che non abbiano sensibilmente a fermentare fino all’epoca della consegna al Monopolio che avviene da dicembre a febbraio.

I tabacchi Brasile dell’area beneventana sono da ritenersi fra i prodotti di più fine tessuto che si abbiano in Italia, senonché quelli curati con infuocatura perdono ogni elasticità ed ogni resistenza, il parenchima diventa trasparente e vitreo e hanno uno sgradevole aroma. I tabacchi infuocati in compenso sono combustibilissimi e contengono poca nicotina. La foglia curata a secco è invece di tessuto morbido, elastico, resistente, di buon aroma ma più nicotinosa di quella infuocata. Difetta alquanto nel colore che è chiaro e difforme e va soggetta alla muffa. Il Brasile di Pontecorvo, è di colore marrone chiaro, tendente spesso al rossiccio, non sempre uniforme. E’ di tessuto consistente ma elastico e gommoso e la foglia ha più ampia paginatura di quella di Benevento. E’ combustibile ed acquista aroma dopo la regolare fermentazione. Richiede molta cura nella stagionatura essendo molto soggetto alla muffa. Il Brasile di Barcellona è di maggiore sviluppo dei precedenti, ma di tessuto fragile. Il colore è marrone spesso variegato. E’ poco combustibile e poco aromatico.

Tanto il Brasile di Barcellona che quello infuocato del beneventano si impiegano nel trinciato di seconda qualità. Quello non infuocato del beneventano potrebbe essere suscettibile d’ impiego anche nei sigari quando assumesse maggiore paginatura. Attualmente ad ogni modo il prodotto curato a secco tende ad essere meno coltivato. Il Brasile di Pontecorvo delle classi superiori viene impiegato nei sigari e in piccola parte nelle spagnolette. Nessuna quantità di Brasile è attualmente impiegata nelle lavorazioni da fiuto.

L'importanza di questa varietà, ai nostri fini, è quasi nulla. Non ho nessuna informazione riguardo la possibilità di acquistare prodotti contenenti il brasile beneventano e non mi risulta che i produttori di aromi commerciali ne facciano uso per le loro creazioni ma non escludo che questo sia possibile. 

 

Link to post
Share on other sites

Il Moro di Cori

questo testo è ripreso dalla descrizione redatta da Eugenio Cozzolino su scritti del dott. Nicola Sparano del 1906 per una rivista di agraria on-line. Tratta di un altro tabacco indigeno italiano, Il Moro di Cori.

L’origine di questo tabacco non è nota. Stando alle tradizioni conservate a Cori, le prime piantagioni di Moro risalgono all’epoca dell’impero di Napoleone I. Certo è che nessuna coltivazione di tabacco esisteva nel Lazio prima del 1750 se si deve prestare fede all’abate Grassi che in quell’anno pubblicava a Jesi un suo Discorso sull’utile e necessità di introdurre la piantagione del tabacco degli Stati Pontifici.
Fino al 1830 le coltivazioni di Moro furono mantenute libere con obbligo però per i produttori di vendere il prodotto a Roma alla Corte Pontificia, la quale provvedeva a far confezionare dell’ottimo tabacco da fiuto. Nel 1831, sotto Papa Gregorio XVI, la coltivazione del Moro fu soggetta a monopolio. Questo tipo di tabacco, coltivato per qualche anno nel Viterbese e nell’ Aretino si localizzò esclusivamente nel comune di Cori.
Le pianta del moro è caratterizzata dalla foglia a picciuolo leggermente alato, con l’ala spiccatamente arricciata decorrente sullo stelo e dai fiori disposti in pannocchia piuttosto diffusa, con corolla a lembo rosso. È stata botanicamente ascritta alla Nicotiana Tabacum, varietà fruticosa ibridata con le varietà havanensis e macrophylla, dalle quali ultime avrebbe derivato il gusto dolce l’aroma gradevole.Alta nel suo stadio di completa fioritura circa metri 1,70 al massimo porta da 20 a 25 foglie comprese quelle apicali piccolissime. E’ l’unico tabacco indigeno della Sectio Tabacum a foglia picciolata anche se alcune piante non presentano questo carattere e vengono indicate come Moro Sessile.
Il territorio di Cori si trova situato nella parte meridionale del Lazio è ben riparato dai venti freddi a mezzo della catena dei Lepini, gode di un clima più caldo che non sia quello generale del Lazio stesso. Disposto per lo più in colline il terreno di Cori, coltivato a tabacco, si presenta piuttosto sciolto e profondo ricco di silice e silicati e ben fornito di calce anche di elemento potassico e di humus. Nella seconda quindicina di dicembre o al più tardi gennaio si semina detta varietà in cassoni rustici al letto semi caldo che si ricoprono di paglia. Quando le piantine hanno raggiunto l’altezza di 3 cm si passano da questo al vivaio dove restano fino alla prima quindicina di aprile epoca in cui vengono trapiantate in campo. Generalmente durante il mese di marzo ovvero se la stagione sia propizia alla fine di febbraio si preparano i terreni per la piantagione. Normalmente in questi terreni si pratica la stabulazione o il sovescio di fave e lupini integrati da una modesta concimazione fosfo-azotata. Le piante si collocano a dimora alla distanza di 75 cm tra di loro in ogni senso in modo da avere circa 18000 piante per ettaro. Quando la pianta ha emesso intorno a 10 foglie comprese quelle lambenti terra si cima senza aspettare così la sbocciatura del fiore. Delle 10 foglie rimaste sulla pianta il coltivatore ne alleva però solo da 7 a 8 come utili mentre le prime 2 o 3 lambenti terra dopo l’addebito le distrugge. Nel mese di luglio, da due a tre giorni dopo l’addebito, i migliori coltivatori cominciano la raccolta. Staccano in una sola volta le prime tre foglie di bassa corona che fanno leggermente ingiallire in concalda dopodiché le infilzano e le collocano in stendaggi freschi come cantine onde il prosciugamento non avvenga rapidamente. A seguire la raccolta delle rimanenti foglie solo quando evidenziano ben marcati i segni della maturità. Quando le foglie hanno completato il processo di cura si disfanno le filze e si cerniscono in 4 classi. Con le foglie di ciascuna classe accuratamente spianate si formano poi dei fascicoli di 50 foglie ciascuno, legate insieme per il picciolo e si dispongono in piccole masse a fermentare leggermente. Quando si nota un eccessivo riscaldamento si procede a dei rivolgimenti. A dicembre-gennaio il prodotto viene consegnato allo Stato, nei cui magazzini si dispone in masse che raggiungono l’entità anche di 100 quintali. A trasformazioni avvenute completamente, le masse si demoliscono ed il Moro viene condizionato in balle di circa 2 quintali ciascuna.
La foglia del Moro di Cori, dalla caratteristica sagoma a cuore, è lunga in media 50 centimetri e larga 40. Il tessuto è spesso, grosso, con nervature grossolane ed assai poco combustibile. Con la fermentazione assume un colore marrone piuttosto scuro. Il contenuto in alcaloidi sul secco si aggira sul 5%.

Usato originariamente per le polveri da fiuto riservate alla Curia Romana, per la sua fragranza e il gradevole aroma di mandorla amara, fu poi confezionato dal Monopolio di stato Italiano con il nome di Nostrale.

Non mi risulta che il Nostrale sia più in commercio ma sarei contento di essere smentito.

Link to post
Share on other sites

Che bello leggerti e imparare (come dico sempre non si finisce mai!!) mentre sto svapando un freschssimo Latakia alla menta rinfrescato con WS23.

Viene voglia di cercare i disponibili ed estrarli.

Edited by Frank-Iv3shf
Link to post
Share on other sites

Io con un Latakia sintetico??? Naaaa, mi conosci benissimo e sai che per quanto uso molto i sintetici, vanno bene come additivo e come corpo, come nota di testa l'unica alternativa sono gli absolutes,tipo Garuda  e compagnia, ma i bulgari estraggono da una concreta solo orientals - Virginia e Burley-

Quindi emulare un Latakia come main note.. dura se non impossibile...

Latakia LAT 5%

Extreme Ice FW 1% (cristalli di menta) 

WS23 (30%) 0.5%

Semplice e al punto!

Link to post
Share on other sites

Lo Spadone di Chiaravalle

La tradizione vuole che i monaci Cistercensi, fondato il proprio convento nei pressi di Chiaravalle in provincia di Ancona, coltivarono per primi lo Spadone di Toscana (Nicotiana tabacum, L. varietà brasiliensis x havanensis), denominato più tardi Spadone di Chiaravalle. In quest’area marchigiana, questo ibrido veniva coltivato fin dal 1750, da esso derivarono il Giallo e il Marrone, varietà che si adattarono in terreni asciutti ed irrigui rispettivamente. Quando Napoleone I propose di creare una manifattura di tabacco a Fano, nelle Marche, per utilizzare la forza motrice prodotta dal fiume Metauro, i monaci Cistercensi si adoperarono perché tale proposta si concretizzasse. Per l’analogo principio causale, anche Chiaravalle ebbe la manifattura di tabacco, anche perché questa dovette essere un mezzo per poter utilizzare la forza motrice dell’Esino. Successivamente lo Spadone di Chiaravalle si diffuse nella Valle dell’Esino e nelle località prossime ad Ancona e in seguito, in tutto il marchigiano fino alla fine degli anni cinquanta del 1800.

Il tabacco da fiuto veniva considerato dagli ecclesiastici un prodotto officinale con proprietà a volte reali, altre volte presunte (c'era chi sosteneva che inalare tabacco aiutava la castità, i contadini lo utilizzavano come insetticida) e come tale veniva coltivato nei terreni dello Stato Pontificio. Anche Chiaravalle aveva avviato in via sperimentale tale coltivazione, con rese quantitative e qualitative soddisfacenti. Ben presto il tabacco si trasformò in bene voluttuario, un vero e proprio “status symbol” e come tale fu osteggiato dalla Chiesa. Tuttavia, la sua coltivazione e lavorazione nello Stato Pontificio rappresentava un affare molto redditizio. Due date cambiarono per sempre la storia di Chiaravalle: il 21 dicembre del 1757 Papa Benedetto XIV liberalizzò la produzione e la lavorazione del tabacco; il 15 settembre 1759 il Cardinal Nereo Corsini, commendatario dell'Abbazia, siglò con il Conte fanese Gabriele Galantara il contratto che diede vita alla fabbrica di tabacchi su suolo chiaravallese.
Il tabacco locale era chiamato Spadone di Chiaravalle, una varietà indigena di buon aroma. L'intuizione di Corsini portò grandi guadagni e la superficie destinata a tabacco crebbe progressivamente.

Importante effetto sociale della Manifattura tabacchi di Chiaravalle che per circa 250 anni è stata l'industria prevalente della zona con notevoli benefici economici a tutta la regione. La Manifattura è stata una struttura industriale che ha connotato Chiaravalle, ha segnato la trasformazione economica da agricola a industrializzata, ha visto il sorgere del movimento operaio e il ruolo sociale delle sigaraie, esempio di forza femminile e di madri lavoratrici che hanno voluto i figli accanto, precursori di modelli aziendali illuminati. E’ stata un’attività che ha inciso nei comportamenti, negli stili di vita, nell’organizzazione sociale e nell’emancipazione femminile.
Una menzione particolare va alle protagoniste del lavoro della manifattura, le sigaraie di chiaravalle. « Andavan con lo scialle sulle spalle, a lavorar le donne a Chiaravalle, lungo il Viale a loro dedicato, mentre il loro marito era soldato. Facean le “Alfa” per le Forze Armate, in più pregiati Sigari Toscani molto graditi ai fumatori anziani. Molte famiglie di Chiaravalle e del territorio devono la loro prosperità alla fabbrica di sigarette e di sigari e le celebri “sigaraie” hanno segnato momenti decisivi nell’emancipazione femminile e nella socializzazione delle donne. Dai documenti emergono da un  lato le dure condizioni di lavoro in un ambiente nocivo per la salute e caratterizzato da una rigida disciplina, dall’altro lo sviluppo di un welfare aziendale decisamente all’avanguardia per l’epoca, siamo nei primi anni del 1900, ad esempio con la creazione di una sala materna.

Ricordi, sensazioni e storia: una sigaraia di Chiaravalle racconta:

 “Era un posto ambito, forse anche un po’ invidiato dai tanti che sognavano uno stipendio fisso in tempi di miseria e difficoltà”, così racconta Riccarda Petrucci, 81 anni, che è stata sigaraia a Fiume prima e poi a Chiaravalle, sua città natale.

Ricorda la fatica, i sacrifici, il bruciore alle mani causato dalla colla necessaria per creare il sigaro. E soprattutto l’odore forte e penetrante del tabacco che fermentava e che “ti resta addosso anche la notte”. E trapela la fierezza di essere stata sigaraia a Chiaravalle in tanti piccoli riferimenti: un lavoro di artigianato “adatto alle donne” che sono pazienti e precise, un mestiere che richiede attenzione nello stendere ad arte la foglia di tabacco, arrotolarla e tagliarla sul misurino. Poi passava “la maestra” che ritirava il lavoro, 6, 700 sigari al giorno ciascuna. Le giornate erano scandite dalla sirena che annunciava entrata, uscita e mezz’ora di pausa pranzo col tegamino portato da casa, tutti i giorni, per otto ore.  Momenti belli trascorsi in compagnia di altre giovani lavoratrici, nascevano complicità e amicizie, si parlava della guerra, dei sogni e delle aspettative di vita dopo la fine del conflitto mondiale.

“Una fortuna essere state assunte con quel concorso che valutava l’idoneità al lavoro e la visita medica ferrea per verificare la vista ma che veniva effettuata mezze nude davanti al medico”. Erano gli anni in cui le donne stavano a casa, lavoravano e facevano sacrifici per la campagna comunque all’interno del nucleo familiare, “chi usciva per andare alla manifattura si emancipava, prendeva un buono stipendio, veniva invidiata e considerata, a volte con rabbia, una poco di buono”. Ma tenacemente, le sigaraie, hanno voluto lavorare nella loro Manifattura, svolgendo un’attività che richiedeva precisione, un artigianato che gratificava nel costruire sigari e sigarini, i cosiddetti “romanini”, fino a quando sono arrivate le sigarette e tutto è cambiato con l’utilizzo delle macchine.
Stare nella “fabbrica” dettava un certo modo di essere, si costruiva una vita sociale emancipata, si accudivano comunque, e forse meglio, i figli perché nella manifattura c’era l’incunabulo, vero precursore degli asili nido: “dopo quaranta giorni dal parto si tornava al lavoro col fagottino e l’ambiente dove veniva accudito il bambino era una meraviglia: una tutrice per ogni cinque piccoli, fasciatoi e camere perfette, cuoche per prelibate pappine. Noi madri scendevamo per allattarli due volte al giorno e così potevamo coccolarli un po’. Per le madri di oggi è ben diverso…”. E poi il viale dei platani che ancora verdeggia a Chiaravalle, vero orgoglio per le sigaraie che lo hanno voluto comprando quelle piante con una parte del loro stipendio. Un po’ per ciascuno, si sono regalate e hanno donato alla città uno scenario migliore: così per andare al lavoro in bicicletta o con la carrozzina del piccolo, la strada era bella e ombreggiata. 

Non ho trovato molte informazioni inerenti l'attuale coltivazione della varietà e la sua commercializzazione o impiego in miscele commerciali ma sono rimasto affascinato dal valore sociale che questa coltivazione ha avuto in questa regione. In particolare la storia delle sigaraie di Chiaravalle ha connotati di unicità nel mondo delle manifatture tabacchi italiane che hanno profondamente inciso sulla realtà sociale di questa parte d'Italia e che hanno sicuramente influito nella formazione giovanile di colei che il mondo avrebbe successivamente acclamato come la creatrice di un metodo educativo all'avanguardia: Maria Montessori, nata a Chiaravalle nel 1870.

Link to post
Share on other sites
3 ore fa, SB68 ha scritto:

Questa discussione sulla storia del tabacco è la più interessante tra quelle che ho letto nei vari forum negli anni 👍

Veramente :91_thumbsup: i miei complimenti per @Hakeretto  :93_punch:

2020 (2).png

                   :exclamation:  Since July 2017!  :exclamation:

Link to post
Share on other sites

Secco e Rigadio di Sardegna

in questo post sono riportati alcuni cenni storici e descrittivi di questa varietà di nicotiana tabacum acclimatata in Sardegna.
Si tratta di una coltivazione che non riveste una grande importanza ai nostri fini in relazione alla difficile reperibilità ed utilizzo di questo tipo di tabacco. Il suo uso, infatti, è quasi esclusivamente da fiuto e, visto il limitato mercato, la sua diffusione è limitatissima.
Personalmente non sapevo niente di questa varietà.

La varietà Nicotiana Tabacum Brasiliensis è stata introdotta in Sardegna dove ha trovato le condizioni climatiche adatte alla sua coltivazione e ha dato luogo al tipo di tabacco che venne chiamato Secco e che è propriamente un ibrido e cioè la varietà Brasiliensis  incrociata con l’Havanensis e la Macrophylla. Il Rigadio poi non è che l’attributo dato al prodotto di Secco irrigato.

La pianta del Secco è, rispetto alle varietà affini dello Spagnuolo e dello Spadone, meno slanciata e con internodi  più brevi. La foglia è sempre  ovato-oblunga ma di tipo latifolia. Alta in media  m 1,40 nel suo stadio di completa fioritura, porta da 15 a 16 foglie comprese quelle lambenti terra. I fiori riuniti in pannocchie sub-corimbose sono di colore rosso intenso.

L’introduzione della coltura del tabacco in Sardegna risale ad epoca anteriore al 1776, se si deve prestare fede al botanico Gemelli, che appunto in tale epoca scriveva: “Il tabacco in Sardegna è soverchio  al consumo dell’isola ed è dei migliori che nascono in Europa. Tanto migliore riesce, quanto è più  sincero come lo amano i Sardi. Manipolato,  svanisce col tempo, diviene sincero invece quando più invecchia. Si usa d’ordinario polverizzato”. Il 9 febbraio 1831 il vicerè conte di Castelvero dichiarava libera la coltivazione del tabacco nell'isola. La provincia di Sassari approfittava di tale prerogativa e ben presto si crearono nuove coltivazioni. il Secco non fu coltivato altrove in Italia che nel  Sassarese. Attualmente la coltura è estesa ai comuni di  Sassari, Sorso, Sennori e Porto Torres.
Dopo un tentativo sperimentale di coltivazione tentato nel 1870 per iniziativa di Garibaldi nella Valle del Coghinas, il tabacco rimase confinato nella parte nord-occidentale dell’isola.
All’estremo nord-ovest della Sardegna, ove si coltiva il Secco, il terreno è collinoso e degradante verso il mare in vasti terrazzamenti. E’ prevalentemente marnoso, talvolta calcareo-argilloso-siliceo, discretamente potassifero. Il clima decorre caldo-asciutto con predominio in estate della siccità. La scarsezza delle piogge comincia da maggio, sicchè in aprile bisogna far  luogo al trapiantamento  se si vuole che l’attecchimento delle piante sia  assicurato.
Tanto per il Secco che per il Rigadio vigono uguali metodi colturali e di cura,  fatto salvo che per il Rigadio le piantagioni vengono irrigate. La semina si fa su letti freddi dagli ultimi di ottobre ai primi di novembre. Le aiuole sono addossate a muri e ben esposte a mezzogiorno. La terra viene mescolata con poco letame maturo. Il semenzaio dopo la semina viene coperto con ginestrella. I terreni si preparano d’ordinario o con una zappatura o con l’aratura e si concimano con letame. Al momento del trapiantamento, che di solito avviene verso la metà di marzo, si assolca  il terreno, distanziando i solchi di 70-75 centimetri  l’uno dall’altro. Lungo i solchi vengono trapiantate le piantine sempre alla distanza di 70-75 centimetri  prendendole direttamente dal semenzaio. Appena le piantine sono attecchite si esegue la sarchiatura, e dopo, quando lo sviluppo delle piante stesse è abbastanza progredito, una rincalzatura. Nel lavoro di sarchiatura si appiana il terreno se si tratti di coltura del Secco mentre si conserva l’assolcatura del terreno piantato a Rigadio, per le irrigazioni che si praticano nel mese di luglio ripetendole quattro o cinque volte. Quando la pianta ha sviluppato da 12 a 13 foglie nelle piantagioni di Rigadio  e 9-10 in quelle di Secco sì cima senza aspettare l’apertura dei bottoni fiorali.
A fine agosto si inizia la raccolta delle foglie che procede sollecitamente. Le foglie staccate dalle piante vengono disposte in cumuli onde abbiano ad appassire e successivamente infilzate. Le filze appena formate si stendono al sole sul campo lasciandole fino a che, dopo qualche giorno, con l’azione dei raggi solari e della rugiada notturna, le foglie non siano essiccate e diventate del color giallo  desiderato. A questo punto , le filze vengono portate nel locale di cura ove si collocano in masse circolari in cui si sottopongono a una blanda fermentazione che dura 48-72 ore allo scopo di uniformare il colore delle foglie e regolare il grado di umidità conveniente per la formazione delle nuove masse di conservazione dove le foglie attenderanno le operazioni di cernita.
Tanto il Secco che il Rigadio  si classificano in 3 classi di qualità. Alla prima si assegnano le foglie sane, di buona maturità, di tessuto fine, elastico, con nervature finissime e di un bel colore marrone chiaro o giallo oro uniforme. Alla seconda le foglie con tessuto più grossolano e di colore leggermente variegato e alla terza tutte le foglie meno pregiate della seconda.
Le foglie cernite per classi vengono affascicolate in fascicoli di 100 foglie per il Rigadio e 50 per il Secco.
Il Secco ha foglie di piccola paginatura, di forma ovato-ellittica acuta. Fornito di buon aroma è molto combustibile e presenta un contenuto di nicotina che arriva al 4%. Il Rigadio ha foglie più sviluppate, con tessuto più grossolano e meno combustibili. Il contenuto di nicotina scende al 2,5%.
Il Rigadio è impiegato come tabacco da fiuto nella lavorazione del Zenziglio di 1a qualità, in cui si impiega anche il prodotto del Secco più aromatico e più sostanzioso. Il prodotto di Secco più fine e combustibile si impiega nei trinciati e nelle spagnolette.

Nella manifattura tabacchi di Cagliari si fabbricano tre qualità di tabacco da fiuto , cioè manocos , zenziglio di 1° e zenziglio di 2°, con foglie indigene , e due qualità di sigari , cioè forti o napoletani , e fermentati o toscani , con foglie del Kentucky.
Dei tabacchi da fiuto i zenzigli sono per la maggior parte esportati al continente , il manocos rimane per l'uso locale .

Il Zenziglio è tabacco dall'odore di tabacco grezzo eccezionale. In Sardegna l’Agenzia di Sassari - la denominazione della sezione regionale del Monopolio di Stato nel Regno d'Italia -  fu istituita sul finire dell’800, costruita in parte nei locali dell’ex convento dei Gesuiti. Le polveri da fiuto prodotte erano gli zenzigli, termine derivato dal dialetto “sinzigliu”, ossia polveri tenute sotto suggello (stagionate). Tabacco da fiuto secco anche nella realtà, gradevole dall'odore vagamente di miele, di fiori, ma rustico, eppure facilissimo da prendere, non brucia mai.

Nota per i piccoli chimici: reputo che sarà molto difficile reperire una confezione di Zenziglio per effettuare un'estrazione casalinga e le mie ricerche, ad oggi, non mi hanno permesso di provare un aroma con questo tipo di tabacco. Forse in Sardegna qualche tabaccaio ha ancora in vendita le confezioni di questa tipologia di tabacco da fiuto ma, almeno in Toscana, non si trova.

Non mi risulta inoltre che i nostri produttori di aromi commerciali utilizzino questo tipo di tabacco e mi piacerebbe molto essere smentito.

Link to post
Share on other sites

Join the conversation

You can post now and register later. If you have an account, sign in now to post with your account.

Guest
Reply to this topic...

×   Pasted as rich text.   Restore formatting

  Only 75 emoji are allowed.

×   Your link has been automatically embedded.   Display as a link instead

×   Your previous content has been restored.   Clear editor

×   You cannot paste images directly. Upload or insert images from URL.

×
×
  • Create New...

Important Information

Questo sito o gli strumenti di terze parti in esso integrati trattano dati personali e fanno uso di cookie o altri identificatori necessari per il funzionamento e per il raggiungimento delle finalità descritte nella cookie policy , per saperne di piu' o negare il consenso consulta la nostra COOKIE POLICY Dichiari di accettare l’utilizzo di cookie o altri identificatori chiudendo o nascondendo questa informativa, cliccando un link o un pulsante o continuando a navigare in altro modo.