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Fumo e sigarette elettroniche, i numeri italiani fanno acqua da tutte le parti


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I conti non tornano. O meglio, tornano solo secondo il Ministero della salute.
Secondo i dati diffusi dall’Istituto superiore di sanità in occasione della Giornata mondiale senza tabacco, durante il lockdown gli italiani avrebbero fumato di meno e svapato di più. E questo ci può stare, perché costretti dentro le mura domestiche probabilmente hanno evitato di sottoporre i conviventi al fumo passivo.
Per stabilire il numero dei fumatori e degli svapatori, i ricercatori della Doxa hanno inviato a fine aprile 6.003 questionari online a un campione di italiani di età compresa tra i 18 e i 74 anni. Si domandava come sono cambiate le abitudini tra gennaio e fine aprile 2020, quindi prima e durante il lockdown. La metodologia utilizzata è stata estremamente differente rispetto quella utilizzata sino all’anno scorso quando invece era applicato il metodo vis-à-vis su un campione di circa 400 persone di età superiore ai 14 anni.
L’elaborazione Doxa evidenzia che durante il lockdown i fumatori sarebbero passati dal 23,3% al 21,9% della popolazione. Che, in valore assoluto vorrebbe dire oltre 13 milioni di persone. Altro che diminuzione. Se così fosse, sarebbero circa 1,5 milioni in più rispetto l’anno scorso quando secondo l’Iss erano di poco inferiori ai 12 milioni. Ma il dato ancora più sorprendente riguarda il numero dei consumatori di sigarette elettroniche e di tabacco riscaldato. Secondo la ricerca, prima del lockdown, quindi in situazione di normalità, gli svapatori italiani rappresentavano l’8,1% della popolazione, cioè 4.860.000 persone, arrivando durante il lockdown addirittura a 5.460.000. L’anno scorso la proiezione dell’Istituto superiore di sanità li faceva ammontare a 900.000. I numeri di quest’anno appaiono del tutto inverosimili, non trovano alcun tipo di riscontro né di mercato né di diffusione percepita. Secondo la stessa metodologia, il numero dei consumatori di prodotti a tabacco riscaldato sarebbero passati addirittura dai 600.000 dell’anno scorso a 1.787.600 nella fase pre-lockdown, per diventare 1.917.800 durante il blocco.
Nonostante dall’Istituto superiore di sanità abbiano fatto sapere che “non si può fare alcun raffronto con le ricerche condotte negli anni passati”, i numeri parlano chiaro: secondo la Doxa, a gennaio del 2020 in Italia c’erano circa 6,5 milioni di persone che utilizzavano gli strumenti elettronici di riduzione del danno da fumo, diventate poi 7,4 milioni nell’arco di tre mesi. Sempre secondo la Doxa nel 2019 la somma delle due tipologie di consumatori arrivava ad appena 1,5 milioni. In un anno quindi i consumatori di e-cig e riscaldatori sarebbero aumentati di 6 milioni. Quale delle due ricerche non è credibile? Quella dell’anno scorso in difetto o quella di quest’anno in eccesso? Perché se fossero entrambe verosimili vorrebbe dire che l’anno scorso le politiche antifumo italiano hanno causato disastri a livello sanitario, portando a una crescita esponenziale del consumo dei prodotti del tabacco. Anche su questo dovrebbe rispondere il ministro Speranza, scalfendo una volta tanto quella cortina di silenzio dietro cui si è barricato in materia dall’inizio del suo mandato.

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