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Sigaretta elettronica e partecipazione: lo specchio (appannato) dell’Europa


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Si è conclusa la raccolta firme per l’iniziativa dei cittadini europei: “Vaping is not tobacco” ed è momento di tirare le somme. Scopo dell’iniziativa, come tutti ricorderanno, era di chiedere alle istituzioni europee di separare la legislazione del vaping da quella del tabacco. Si trattava quindi di creare un ambito legislativo su cui poter poi intervenire per normare il vaping senza i vincoli tipici applicati ai prodotti del tabacco. Non un intervento drastico quindi – come la precedente iniziativa Efvi che invece chiedeva la rimozione degli articoli relativi al vaping dalla Tpd/2 – ma un approccio più cauto, anche alla luce di possibili (e probabili) rigetti da parte della Commissione, nel caso di interventi più drastici. Ma a differenza della precedente iniziativa, nata in un momento in cui il mercato era frammentato e gestito soltanto da piccole realtà, questa contava sul supporto di associazioni blasonate e da big del settore. Logico quindi aspettarsi risultati decisamente superiori alla precedente. Risultati che, seppur inferiori al milione di firme richiesto, avrebbero comunque permesso al mondo del vaping di essere riconosciuto dalle istituzioni comunitarie, permettendo alle varie associazioni di settore di “alzare la mano” e dire alla Commissione Europea: “Noi esistiamo. Non fate nulla senza aver sentito la nostra opinione!
europa.jpgCosì non è stato. Il risultato, di gran lunga inferiore alle aspettative, ha consegnato una immagine del mondo del vaping ben diversa dai proclami e dalle dichiarazioni di unità che sentiamo spesso nei comunicati ufficiali. Ma soprattutto ha dipinto un settore molto frammentato, con associazioni molto più focalizzate su interessi propri che non sull’interesse comune. Una immagine che ben poco si discosta dall’attuale Unione Europea, dove sono gli interessi locali e delle singole nazioni – e non gli interessi condivisi da tutti – a disegnare l’attuale politica comunitaria.
Eppure le premesse iniziali erano buone: la partenza dei due Paesi di origine dei portavoce indicava che si poteva raggiungere un buon risultato. Le oltre 22 mila firme della Germania, seguita dalle quasi 12 mila dell’Italia (che ha raddoppiato la raccolta rispetto alla precedente iniziativa) lasciavano ben sperare. Purtroppo le cose sono andate molto diversamente. Anche nei Paesi dove si è raggiunta una quota significativa, Italia in primis, il risultato è stato ben sotto delle aspettative. Su questo ci dobbiamo interrogare e capire cosa abbiamo sbagliato. Sicuramente l’approccio comunicativo non è stato sufficiente per trasformare coloro che hanno firmato in “promotori” dell’iniziativa presso altri. Parliamo ovviamente di vaper ma anche e soprattutto di operatori. Abbiamo toccato con mano che il semplice invio di moduli per la raccolta firme non bastava, serviva un lavoro più profondo di convincimento per trasformare ogni singolo soggetto interessato in un vero promotore dell’iniziativa.
In molti ci hanno chiesto il perché alcune nazioni avessero numeri così insignificanti. Il modo migliore per raccontare cosa è successo in questi mesi, è attraverso piccoli aneddoti in merito ai contatti che ci sono stati con le associazioni di settore europee. Partiamo dal Regno Unito. “Tra poco ci sarà la Brexit e toglieremo la Tpd”, è la frase che abbiamo sentito più spesso. Il dare una mano a chi in Europa ci sarebbe rimasto, non era tra le opzioni contemplate! “L’iniziativa non contempla lo snus e senza di esso non possiamo sostenerla”, diceva la voce che proveniva dai paesi freddi. Avremmo dovuto cambiare in “Lo snus non è Tabacco”? Con quale credibilità?
Altra voce: “Al momento si vive bene con la Tpd, non vediamo motivo di cambiarla”. Salvo poi cambiare idea e chiedere di supportare l’iniziativa, non appena venne presentata in Parlamento una proposta di legge che inaspriva le regole sul vaping. Risultati della raccolta? Prossimi allo zero. Emblematico il caso di un’altra associazione che si ritiene tra le più importanti d’Europa (forse la più importante) che chiese, per supportare l’iniziativa, una lettera in cui il comitato dichiarava che sarebbe stata coinvolta direttamente negli eventuali colloqui con la commissione. Lettera spedita. Risultato? Una firma in più rispetto a quanto raccolto prima della lettera. (Ah, la grandeur!) Quest’ultima posizione è quella che, seppur non dichiarata esplicitamente, è maggiormente emersa da molte associazioni di settore. Non è una iniziativa partita da noi, quindi non abbiamo interesse a supportarla. Ma guardando i numeri delle singole nazioni emerge un altro dato interessante. Nel tempo, alcune aziende “multinazionali” hanno dichiarato il loro supporto all’iniziativa anche durante incontri con il comitato promotore. Ebbene: guardando le firme raccolte nei Paesi dove hanno la loro sede, ci si accorge che il numero delle firme totali è inferiore al numero di dipendenti di tali aziende.
Schermata-2020-05-12-alle-12.27.24.pngUna frammentazione quindi anche del mercato stesso che non è riuscito a coalizzarsi nemmeno attorno ad una semplice iniziativa – la richiesta di una legislazione separata dal tabacco – che avrebbe poi permesso ai singoli attori, ed alle associazioni di settore, di avanzare la richiesta di essere ascoltati dalle istituzioni. Ma, come detto all’inizio, il vaping in Europa non è così diverso dall’Europa stessa. Sempre più frammentato e sempre più focalizzato nel perseguire interessi di parte. Per niente diverso dal mondo politico europeo che leggiamo tutti i giorni sui quotidiani.
In ogni caso, dopo un anno di impegno, mi preme ringraziare tutti coloro che hanno partecipato attivamente, sostenendo l’iniziativa in tutti i modi possibili. In particolare vorrei ringraziare Anpvu, il suo presidente Carmine Canino (in foto) e tutti i suoi collaboratori, che non hanno mai smesso di sostenerla, investendo tempo e risorse. Un ringraziamento particolare al portavoce dell’iniziativa Dustin Dahlmann e presidente dell’associazione tedesca Bftg ed infine a Ciprian Boboi, presidente di Aiv, per tutto il lavoro di supporto in Romania e nel resto d’Europa.

(tratto dalla rivista Sigmagazine #19 marzo-aprile 2020)

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