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Covid-19, fattori di rischio: età e obesità più del fumo


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Nuovi dati mettono in dubbio il collegamento fra abitudine al fumo e rischi collegati a covid-19. La correlazione era stata identificata nei mesi scorsi da alcuni studi provenienti dalla Cina ed era stata prontamente sposata da medici e autorità sanitarie a tutte le latitudini. D’altronde il fumo è il colpevole perfetto, ovunque responsabile della maggior parte di morti prevenibili, e sembrava del tutto plausibile che potesse rendere più vulnerabili a un virus che attacca i polmoni. In molti Paesi, a esempio gli Stati Uniti, è stata fatta l’impropria associazione “fumo uguale sigaretta elettronica”, sostendendo che anche il vapore potesse aumentare i rischi collegati all’infezione del virus.
I primi a volerci vedere chiaro – e ad accollarsi un compito fortemente impopolare – sono stati il cardiologo greco Konstantinos Farsalinos e Raymond Niaura della New York University, insieme ad Anastasia Barbouni. In uno studio pubblicato alla fine di marzo e intitolato “Smoking, vaping and hospitalization for covid-19”, gli studiosi hanno esaminato gli studi cinesi in questione, rilevando come il tasso dei fumatori fra i malati ospedalizzati per covid-19 fosse “insolitamente basso”, pari a un terzo di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, considerata la prevalenza del tabagismo in Cina (52,1% fra gli uomini).
vaping-vs-tabacco.jpgOggi arriva un nuovo lavoro scientifico redatto da ricercatori francesi dell’Hôpitaux de Paris e dell’Université Pierre et Marie Curie, intitolato “Low incidence of daily active tobacco smoking in patients with symptomatic covid-19”. Lo studio si occupa proprio di valutare se esiste una correlazione fra l’abitudine quotidiana al fumo e la suscettibilità a sviluppare l’infezione da virus sars-cov-2. I ricercatori hanno registrato i dati di 343 pazienti ricoverati per covid-19 (206 uomini e 137 donne) e di 139 pazienti ambulatoriali (62 uomini e 77 donne). Nel primo gruppo, che aveva un’età media di 65, il tasso dei fumatori medio era pari al 4,4%. Fra i pazienti ambulatoriali (età media 44 anni), il tasso dei fumatori quotidiani era pari al 5,3%. Questo a fronte di una prevalenza nazionale – spiega lo studio – del 25,4%.
Insomma, concludono gli studiosi francesi, “il nostro studio trasversale fra pazienti ricoverati e ambulatoriali affetti da covid-19 suggerisce fortemente che i fumatori quotidiani hanno una probabilità molto più bassa di sviluppare una infezione da sars-cov-2 sintomatica o grave, rispetto alla popolazione generale”.
Una conferma indiretta viene anche da un altro studio sul campo, condotto da ricercatori della Grossman School of Medicine della New York University su 4.103 pazienti affetti da covid-19 della città di New York. La ricerca intitolata “Factors associated with hospitalization and critical illness among 4,103 patients with covud-19 disease in New York City” identifica come primo fattore di rischio l’età superiore a 65 anni, seguito subito dopo dall’obesità, considerando obesi i pazienti con un indice di massa corporea superiore a 40. Mentre non rileva correlazione fra abitudine al fumo e rischi da covid-19.
Nessuno sa a cosa è dovuta questa percentuale sorprendentemente bassa dei fumatori abituali fra i malati per coronavirus. Al momento si fanno solo ipotesi e, di certo, nessuno dovrebbe prenderla come scusa per continuare a fumare. Il fumo fa molti più morti della malattia covid-19 ed è responsabile di molte patologie che rendono più pericoloso l’esito dell’infezione. La scienza, però, ha il dovere di osservare laicamente i numeri e le evidenze, senza lanciarsi in battaglie moralistiche. “Smettere di fumare – commentava a questo riguardo il professore Riccardo Polosa – resta una regola ferrea per tutti, ma le preoccupazioni per il dilagare del Covid-19 non possono giustificare dichiarazioni improvvisate e prive di evidenze scientifiche”.

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