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Decessi e ricoveri negli Usa: l’olio di Thc non è un liquido per sigarette elettroniche

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Andiamo subito al sodo: quella che vedete nella foto di apertura è la sostanza che sta causando centinaia di ricoveri negli Stati Uniti e, secondo quanto riportato dai media a stelle e strisce, anche cinque decessi. È Thc in forma liquida, ovvero la sostanza psicoattiva contenuta nella marijuana. In Italia, così come in tutta Europa, è un prodotto illegale. In molti Stati degli Usa è invece possibile acquistarlo anche sul web. Il vero problema è che non esistono controlli sugli ingredienti utilizzati, lacuna che rende la miscela potenzialmente pericolosa se affidata nelle mani di consumatori inesperti o persone senza scrupoli (per esempio criminali legati al traffico di stupefacenti). L’allarme lanciato dal Cdc statunitense e ripreso da tutti i media non riguarda l’utilizzo della sigaretta elettronica in sé, ma il componente liquido con cui può essere ricaricato. Come si può vedere dall’etichetta riprodotta in foto, l’olio essenziale contiene mezzo grammo di Thc. Viene anche fornita una apposita siringa contagocce per eventualmente consentire al consumatore di “tagliare” il suo liquido preferito e allungarlo con il Thc. Il prodotto finito è anche semplice da occultare agli occhi degli organi di polizia e spacciarlo per un comune liquido per sigarette elettroniche.
Schermata-2019-09-09-alle-13.30.42-300x2Qualcosa però sul mercato nero statunitense deve essere andato storto. Oltre 400 persone sono state ricoverate per gravi problemi polmonari con sintomi simili alla polmonite. A quanto se ne sa finora, la maggior parte riporta di aver utilizzato un liquido contenente olio di Thc, probabilmente tagliato male, in grado di reagire dopo l’inalazione provocando una sorta di pellicola impermeabile lungo le vie respiratorie e causando la formazione di liquido nei polmoni. Non a caso, infatti, i sintomi lamentati erano soffocamento, dolore dorsale e difficoltà respiratoria.
L’allarme generalizzato contro la sigaretta elettronica non ha fondamento. La questione, purtroppo, riguarda la diffusione di liquidi di ricarica di dubbia manifattura e spesso allungati con qualche sostanza pericolosa. I liquidi di ricarica in Italia sono notificati e monitorati dal Ministero della salute; l’imposta di consumo, inoltre, consente anche un controllo incrociato da parte del Ministero dell’economia. Soltanto i negozi abilitati dall’Agenzia dei monopoli possono alzare la saracinesca su strada, mentre soltanto le aziende dotate di deposito fiscale possono vendere sul web. La Direttiva europea sui prodotti liquidi da inalazione contiene una serie di prescrizioni volte alla tutela del consumatore di sigarette elettroniche: concentrazione di nicotina, capacità del flacone e del sistema di vaporizzazione, norme tecniche di produzione e distribuzione. Inoltre, sempre la Tpd vieta l’aggiunta di additivi nelle miscele liquide destinate all’inalazione.
Negli Stati Uniti non esiste nulla di tutto questo. Non è uniforme neppure il divieto di vendita ai minori: qualche Stato ha posizionato l’asticella a 21 anni, altri a 18, altri a 16, altri ancora consentono la libera vendita. Il comparto del vaping garantisce un giro d’affari – diretto e indiretto – solo in Italia di circa un 800 milioni di euro; l’erario giova della vendita di liquidi, perché incamera l’imposta di consumo. Il governo britannico ha recentemente salutato con ottimismo l’apertura di alcuni negozi di e-cig all’interno degli ospedali, perché la considera una nuova frontiera verso la riduzione del danno da fumo. Perché, non bisogna dimenticarlo, la sigaretta elettronica nasce e si diffonde come uno strumento alternativo al tabacco, un dispositivo destinato ai fumatori che non riescono a smettere di fumare e che, attraverso la vaporizzazione, possono continuare a soddisfare la dipendenza da nicotina, riducendo drasticamente le tossicità derivanti dalla combustione. L’istituto di sanità inglese ha saputo quantificare la riduzione in valore assoluto: fatto 100 il danno delle sigarette tradizionali, con le sigarette elettroniche se ne ha solo 5. Un rischio minore del 95 per cento. Ma, chissà perché, questo non sembra bastare ai tanti nemici (o finti amici) della riduzione del danno da fumo.

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