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Stati Uniti, la guerra alla sigaretta elettronica ai tempi del coronavirus


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La propaganda contro la sigaretta elettronica negli Stati Uniti non si ferma davanti a nulla. Nemmeno davanti a un virus che rischia di mettere in ginocchio il mondo intero e a una situazione di emergenza che richiederebbe nervi saldi e assoluta attenzione a quello che si dice, soprattutto da parte delle autorità politiche e sanitarie. Ma abbiamo visto che negli Usa non è così. All’inizio del mese fu il sindaco di New York Bill De Blasio a dichiarare che il fumo e il vaping rappresentassero un fattore di rischio per chi contraeva covid-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus, il Sars-Cov-2. “Un comportamento irresponsabilecommentava il cardiologo greco Konstantinos Farsalinosda parte di persone che danno linee guida non supportate da alcuna prova scientifica”.
jerome-adams-300x195.jpgIeri però queste posizioni hanno trovato eco persino nelle dichiarazioni del Surgeon General Jerome Adams durante la trasmissione televisiva Today show e, se possibile, questo è ancora più grave. Alla giornalista che chiedeva i motivi di una maggiore diffusione di covid-19 fra i giovanissimi, Adams ha risposto: “Vi sono teorie che questo potrebbe accadere perché negli Stati Uniti e anche in Italia abbiamo una maggiore percentuale di persone che svapano”. Tralasciando il fatto che in un momento del genere le autorità sanitarie non dovrebbero riferire teorie, ma evidenze scientifiche, salta all’occhio di qualsiasi italiano come il paragone non tenga.
Nel nostro Paese ad essere colpiti dalla malattia sono ancora soprattutto gli anziani, non i giovani, e dall’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità risulta che gli utilizzatori di sigaretta elettronica sono 900 mila su circa 60 milioni di abitanti. Non proprio una percentuale travolgente. Completa il quadro il fatto che le teorie a cui fa riferimento Adams sono quelle formulate a inizio mese dal professore californiano Stanton Glantz. Sì, proprio quello Stanton Glantz che ha visto recentemente ritirare da una rivista scientifica un suo studio che metteva in relazione vaping e rischio di malattie cardiache perché “non affidabile”.
L’occasione per confondere le acque è stata fornita da alcuni studi cinesi che mettevano in relazione la prevalenza di fumatori fra i pazienti ospedalizzati per covid-19 e che hanno avuto molta risonanza anche dalle nostre parti. Qualcuno Oltreoceano avrà pensato che era fin troppo facile aggiungere anche la parolina “vaping” accanto a “fumo” per spaventare la popolazione. Ma in realtà non esiste alcuno studio che registri l’uso della sigaretta elettronica fra i ricoverati per il nuovo coronavirus in China.
polosa-farsalinos-300x201.jpgA rilevarlo è una ricerca pubblicata ieri dal titolo “Smoking, vaping and hospitalization for covid-19”, condotta proprio da Konstantinos Farsalinos insieme ad Anastasia Barbouni e il Raymond Niaura della New York University. Il lavoro analizza i cinque studi che esaminavano le caratteristiche cliniche dei ricoverati per covid-19 e che riportavano dati sull’abitudine al fumo. La ricerca rileva che, considerato il tasso dei fumatori in Cina che è pari al 52,1% fra gli uomini e il 2,7% nelle donne, la prevalenza dei fumatori fra i pazienti “è insolitamente bassa”, pari a un terzo di quanto ci si sarebbe aspettati. Dunque, per quanto possa non essere gradito, secondo Farsalinos e Niaura, “questa analisi preliminare, supponendo che i dati registrati siano accurati, non fornisce supporto alla tesi secondo cui il fumo è un fattore di rischio per il ricovero in ospedale per covid-19”. Naturalmente, però, sono certamente un fattore di rischio le malattie fumo correlate che i pazienti possono aver sviluppato proprio in seguito all’abitudine tabagica.
Una posizione condivisa anche dal professore Riccardo Polosa, direttore del Centro per la riduzione del danno da fumo (CoEhar), che a questo proposito sosteneva che “smettere di fumare resta una regola ferrea per tutti, ma le preoccupazioni per il dilagare del Covid-19 non possono giustificare dichiarazioni improvvisate e prive di evidenze scientifiche”. E di certo non possono giustificare l’ennesimo allarmismo sulla sigaretta elettronica. “Non è stato identificato alcuno studio – conclude il lavoro di Farsalinos e Niaura – che registrava l’uso della sigaretta elettronica fra i pazienti ricoverati per covis-19. Quindi non si può formulare alcuna raccomandazione per gli utilizzatori di e-cigarette”.

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