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I veri nemici della sigaretta elettronica? Ignoranza e disinformazione

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Qualche giorno fa ci trovavamo in uno shop per fare i nostri acquisti di liquidi e resistenze, quando è entrato un giovane studente universitario americano. Poiché le poche parole che conosceva in italiano non bastavano per farsi comprendere, siamo andati in soccorso del venditore con il nostro inglese. Il ragazzo cercava una batteria e un atomizzatore, entrambi di piccole dimensioni, ma nessuno di quelli disponibili in negozio secondo lui andava bene. Abbiamo provato a chiedergli a cosa gli serviva e se, per caso, non dovesse svaparci liquidi al Thc. Ha riso, sorriso, nicchiato, gigioneggiato senza dare una vera risposta. Quando abbiamo cercato di metterlo in guardia sul pericolo dei liquidi illegali contenenti acetato di vitamina E, ci ha guardato come se venissimo da Marte. Sempre cercando di capire cosa cercava, gli abbiamo chiesto che kit usava e se per caso usava Juul, visto che è la pod mod più diffusa negli Usa. Lì il ragazzo è diventato serio, ha giurato e spergiurato che non usava Juul, che non era mica pazzo, perché sa benissimo che fa venire malattie e che ha ammazzato tante persone.
fda-usa-1-300x184.jpgQuesto piccolo episodio la dice lunga su come sia stata gestita l’informazione negli Stati Uniti in merito alla recente crisi di malattie polmonari e quanto l’opinione pubblica sappia di quello che ha davvero determinato morti e ricoveri. E cioè non Juul, non la sigaretta elettronica, ma l’acetato di vitamina E presente nei liquidi al Thc illegali. La sgradevole sensazione è confermata da un sondaggio pubblicato pochi giorni fa da Morning Consult e condotto su un campione di adulti americani fra il 28 e il 30 gennaio. La domanda del sondaggio era molto chiara: “In base a quello che hai visto, letto o sentito dai media recentemente, qualcuno è morto per malattie polmonari legate all’uso di uno di questi prodotti?”. I prodotti indicati erano “E-cigarette come Juul” o “E-cig con marijuana o Thc”. Il 66% degli intervistati ha risposto che le vittime erano da ricondurre all’uso della sigaretta elettronica e solo il 28% ha risposto correttamente che il colpevole erano i cosiddetti e-joint.
Quello che colpisce è che dallo scorso settembre la percentuale di chi ritiene l’e-cig responsabile delle malattie è cresciuta di 8 punti, mentre quella di chi sa come sono andate le cose è scesa di 6. Cioè al chiarirsi della vicenda sul piano medico-scientifico, corrisponde una maggiore confusione nell’opinione pubblica. Non sorprende quindi che, secondo lo stesso sondaggio, il 74% degli intervistati ritenga che la sigaretta elettronica sia ugualmente o più dannosa per la salute di quella convenzionale. Gli effetti di questa disinformazione possono essere devastanti. E non solo perché molti fumatori non cercheranno di smettere con la meno dannosa sigaretta elettronica e alcuni svapatori torneranno al tabacco. Ma anche e soprattutto perché gran parte della popolazione americana non sa qual è il vero pericolo e quindi potrebbe continuare in comportamenti che mettono a repentaglio la sua vita. Eppure dare informazioni chiare e precise per la salvaguardia della salute, dovrebbe essere il primo dovere delle istituzioni sanitarie prima e dei media poi.
abrams-300x281.jpgNel caso americano le responsabilità vanno divise fra molti attori. Secondo il professore David Abrams della Scuola di salute pubblica della New York University, che ha commentato il sondaggio per Morning Consult, quello che è successo non è causale. “Ritengo che in una certa misura si sia voluto confondere il vaping con nicotina e quello con Thc e cannabis – ha dichiarato – forse con la buona intenzione di porre un freno alla diffusione fra i minori. Credo che qualcuno pensi, ‘demonizziamo tutto il vaping’, a prescindere da quello che dice la scienza”. Chi sia questo “qualcuno” Abrams non lo dice, ma è difficile non pensare all’atteggiamento a lungo ambiguo da parte delle autorità sanitarie americane, a cominciare dal nome scelto per la malattia, che richiama il vaping.
Poi ci sono i mezzi di informazione che, con qualche commendevole eccezione, si sono distinti per superficialità e ricerca del sensazionalismo. Ancora oggi, facendo una breve ricerca, si trovano decine di articoli che parlano di malattia legata al vaping, in cui il dettaglio fondamentale di cosa stesse davvero causando morti e ricoveri, se va bene, è gettato a caso in qualche frase conclusiva. Non è stata da meno la classe politica, che ha affrontato la questione con l’emotività e il piglio del censore. Fino ad arrivare ad un candidato in corsa per la presidenza che ha nel suo programma il divieto di vendita di tutti i liquidi aromatizzati e la promozione delle terapie farmacologiche per smettere di fumare e che sta lautamente finanziando fondazioni e attivisti per portare avanti queste politiche. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg ha fatto della lotta al vaping e dell’emotività uno dei cavalli di battaglia della sua campagna. E pazienza se ad uscirne sconfitto è il diritto alla giusta informazione di milioni di cittadini americani.

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