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  1. British American Tobacco Italia ha depositato un esposto – formalmente contro ignoti – alla Procura della Repubblica di Roma chiedendo che sia fatta chiarezza in merito ai fatti emersi in seguito all’indagine della procura di Roma, denominata Cassandra, che lo scorso dicembre ha portato all’applicazione di misure cautelari personali per dieci funzionari pubblici e imprenditori, ritenuti responsabili di corruzione e truffa ai danni dello Stato. Uno dei rami della complessa inchiesta del PM presso il Tribunale di Roma avrebbe fatto emergere un “peculiare sistema corruttivo consolidatosi nel tempo” che vedrebbe anche coinvolti, da un lato, dirigenti ed ex dirigenti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e dall’altro un ex consulente di Philip Morris Italia e imprenditori. In sostanza, nonostante l’esposto sia formalmente contro ignoti, nelle memorie contenute all’interno dell’esposto si fa invece un chiaro atto d’accusa: i rapporti “consolidati nel tempo” tra i funzionari pubblici coinvolti e il rappresentante d’interesse di Philip Morris Italia avrebbero determinato “turbativa di mercato” e “concorrenza sleale“. “Dai dettagli resi noti – si legge nell’esposto presentato da Bat – viene contestato agli indagati lo stabile asservimento della funzione pubblica, desumibile da plurime condotte dei dirigenti dei Monopoli di Stato – che detengono potere nei processi decisionali e sull’attività di conttrollo sulla produzione, distribuzione e vendita di tabacchi lavorati – consistenti nella rivelazione di notizie e documenti, acquisiti per motivi d’ufficio, o nel riservare un trattamento di riguardo alla Philip Morris a discapito degli altri produttori concorrenti; il tutto, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, in cambio della promessa di assunzione di soggetti segnalati dagli stessi dirigenti pubblici e altre utilità“. L’attività di indagine avrebbe poi appurato l’esistenza di telefonate tra un dirigente di Aams e il consulente di Pmi al fine di intervenire presso una seconda dirigente dei Monopoli per “convincerla – si legge sempre nell’esposto – a ritardare l’emanazione del decreto annuale di fissazione delle accise sui tabacchi; tale ritardo, incidendo sul prezzo di vendita delle sigarette, avrebbe avuto riverberi anche sugli introiti della Philip Morris nel cui interesse agiva” il consulente esterno coinvolto nell’inchiesta. Nell’esposto vengono ancora sottolineati alcuni episodi che avrebbero coinvolti gli attuali indagati, tra cui alcune promesse di assunzione di parenti o di scatti di carriera personali. “Peraltro – continua l’esposto – nel novembre 2018 nell’ambito del Collegato fiscale alla manovra finanziaria per l’anno 2019, venne previsto l’abbattimento sostanziale della fiscalità applicabile ai cd prodotti del tabacco riscaldato, la quale venne ridotta dal 50% delle sigarette tradizionali al solo 25%. A quella data, la Philip Morris deteneva il 100% del mercato del tabacco riscaldato”. Questa scelta amministrativa, sostiene Bat, “è apparsa a tutti gli operatori del settore inspiegabile, anche in considerazione della assenza di qualunque valutazione tecnica del Ministero della Salute ed/o dell’Istituto superiore di sanità, che potesse giustificare una riduzione di accisa del 75% rispetto alle tradizionali sigarette da combustione. Orbene è ragionevole ritenere che fosse proprio e solamente l’organicità e l’interessato asservimento dei funzionari […] a Philip Morris a giustificare siffatto irragionevole sconto fiscale. È questa un’ipotesi investigativa non manifestamente infondata e che si auspica verrà approfondita nel corso delle indagini“. Alla luce dei fatti narrati, British American Tobacco chiede che le ipotesi accusatorie a carico degli indagati possano essere inquadrate anche come “atti di concorrenza sleale (art. 2598 c.c.) e turbata libertà dell’industria o del commercio (art. 513 c.p.)“, avvalendosi anche della facoltà di presentarsi “quale persona offesa del reato“. “Lo sgravio fiscale ha sollevato gravi perplessità – commenta Alessandro Bertolini, vice presidente di British American Tobacco Italia – anche perché la valutazione tecnica del Ministero della Salute sul potenziale rischio ridotto di questi nuovi prodotti, tale da giustificare una ulteriore riduzione così consistente dell’accisa, non è a tutt’oggi disponibile. Seguiamo con attenzione tutte le dinamiche del mercato e ci rapportiamo con tutti i nostri interlocutori con la massima trasparenza e diligenza, venire a conoscenza di possibili favoritismi e clientelismi è per noi un fatto gravissimo che ci siamo sentiti in dovere di denunciare tramite questo esposto che è contro ignoti e intende rimarcare l’assoluta necessità che venga fatta piena luce su fatti e circostanze che gettano ombra sulla trasparenza e imparzialità dell’azione amministrativa e sul doveroso rispetto della libera concorrenza nel mercato di riferimento. Seguiremo con la massima attenzione ogni sviluppo dell’indagine in corso”. L'articolo Tangentopoli del tabacco, esposto in Procura: nel mirino Philip Morris e Monopoli di Stato proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  2. È stato pubblicato oggi sulla Gazzetta ufficiale turca il divieto di importazione di sigarette elettroniche e di tutti i prodotti correlati, annunciato lo scorso ottobre dal Ministro della salute, Fahrettin Koca. Il divieto è sancito da un decreto del presidente e leader del partito di governo Akp, Recep Tayyip Erdogan e riguarda sigarette elettroniche, pipe ad acqua elettroniche e tutti i dispositivi elettronici connessi, parti di ricambio e soluzioni liquide. Si applica, inoltre – riporta la stampa locale – “anche ai prodotti che utilizzano il calore o l’incenerimento, a prescindere dal contenuto di nicotina”. Una misura, quindi, ad ampio spettro che va a colpire tutti gli strumenti di riduzione del rischio da fumo. Il decreto del presidente prevede anche che il Ministero del commercio turco regolamenti l’ingresso o il transito nel Paese di tutti i passeggeri internazionali in possesso di e-cigarette o altri strumenti vietati. In base alle più recenti stime di Tobacco Atlas, in Turchi la prevalenza dei fumatori è pari al 40,4 % fra gli uomini e al 18,2 fra le donne, con un numero preoccupante di minori che fa uso quotidiano di tabacco. Ma, nonostante questi numeri, il presidente Erdogan non pare minimamente intenzionato a offrire ai fumatori turchi la possibilità di ridurre il danno del fumo. L'articolo La Turchia vieta l’importazione di sigarette elettroniche e riscaldatori di tabacco proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  3. “Vapitaly, la fiera internazionale del vaping si terrà, come da programma, da sabato 23 a lunedì 25 maggio 2020 a Fieramilano. Tuttavia, alla luce di quanto sta accadendo e viste le ordinanze regionali disposte a contrasto del coronavirus, ci riserviamo di rivedere la programmazione in caso di eventuali ulteriori disposizioni ministeriali, sentite anche le aziende del settore“. Mosè Giacomello, presidente e fondatore della manifestazione Vapitaly, per il momento lascia acceso il semaforo verde: se le circostanze di sicurezza lo consentiranno, la tradizionale fiera annuale non dovrà essere rinviata ad altra data. Ancora è presto per capire cosa potrà accadere sino alla fine di maggio ma certamente l’Ente fieristico milanese saprà prendere decisioni adeguate, anche in virtù dell’esperienza pregressa e della capacità di assorbire centinaia di fiere e milioni di visitatori all’anno. Il rinvio della manifestazione, dunque, non è per il momento in agenda, salvo ulteriori e più restrittive misure di sicurezza e prevenzione disposte da prefetture, amministrazione regionale o governo nazionale. “Siamo certi – continua Giacomello – che anche quest’anno gli appassionati del vaping e gli operatori portanno vivere un lungo weekend per sviluppare business, per scoprire le novità del mercato e per crescere dal punto di vista professionale e imprenditoriale. Vapitaly, quindi, si pone nuove sfide e nuovi obiettivi e si apre a un mercato sempre più internazionale, utilizzando al meglio la piattaforma di servizi che Fieramilano mette a disposizione. Vogliamo confermarci come fiera europea di riferimento per il settore del vaping, come motore di sviluppo per le aziende e come punto di contatto privilegiato per il pubblico consumers“. Come da tradizione, nelle giornate di sabato 23 e domenica 24 l’accesso è pensato per far conoscere a vapers e appassionati le novità proposte dal mercato e dalle aziende, mentre lunedì 25 maggio l’ingresso sarà riservato agli operatori del settore. L'articolo Vapitaly 2020: appuntamento a maggio a Milano, salvo interventi governativi proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  4. Riproporre in chiave moderna un cavallo di battaglia e ripensare al branding aziendale. Dopo l’ingresso del marchio nel gruppo che detiene anche Suprem-e, la seconda vita di De Oro riparte con rinnovato entusiamo. “Desideravamo rivitalizzare la nostra identità – spiega Massimiliano Celeghin, fondatore del marchio De Oro – e consolidare la nostra presenza nel mondo dello svapo. Ecco quindi il nostro nuovo logo e il nuovo nato di casa De Oro, il Black Mustang, nato sull’impronta del gusto cha ha fatto la storia dell’azienda ma dalla tonanlità molto più scura. Nasce anche una nuova linea di aromi: la Golden Blast. Si comincia con sei blend che saranno destinati a crescere ulteriormente nel tempo. Il formato è insolito: 10 millilitri a cui andranno aggiunti ulteriori 20 millilitri di base neutra o nicotinizzata. La realizzazione è stata articolato e suddivisa in più fasi, così da porre la giusta attenzione a tutte le sfaccettature aromatiche. Dopo aver selezionato elementi fruttati, cremosi, tabaccosi e mentolati, abbiamo dedicato molto tempo per omogeneizzare tutti i sapori, combinandoli e rendendoli coerenti fra loro. La diversità è mutata quindi in un equilibrio apparso immediatamente appagante e coinvolgente: ad esempio, Bright Day è un delizioso pasticcino di virginia, mela e cannella; Glam Madeira è un gustoso bounty cioccolato, cocco e mandorla, valorizzato dallo spessore del whisky. Siamo orgogliosi – conclude Massimiliano Celeghin – del lavoro svolto fino ad oggi, perché riflette la nostra dedizione nel rendere il Made in Italy un’eccellenza a livello mondiale, senza mai trascurare tutti i processi di cura e verifica delle materie prime e della loro lavorazione“. La nuova linea di aromi per sigarette elettroniche Gloden Blas di De Oro sarà disponibile a partire da mercoledì 26 febbraio con la distribuzione di Ribilio. L'articolo De Oro presenta Golden Blast, nuova linea di aromi per sigarette elettroniche proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  5. Una legge ricalcata sul modello europeo. La Nuova Zelanda si appresta a introdurre nuove regole di vendita e diffusione della sigaretta elettronica. Due i punti fermi già concordati: il divieto ai minori e il blocco alla pubblicità. In fase di discussione è invece la possibilità di liberalizzare la vendita dei gusti al tabacco, menta e metolo, lasciando invece soltanto ai negozi specializzati l’esclusività di commercializzare i rimanenti aromi attraverso una apposita autorizzazione. Altra ipotesi al vaglio: introdurre il divieto di svapo laddove sia vigente il divieto di fumo. Deborah Hart, portavoce dell’organizzazione neozelandese per il controllo del tabacco, ha dimostrato soddisfazione per l’impatto che le sigarette elettroniche stanno avendo sulla salute: “È semplicemente il fattore di contrasto più dirompente contro il fumo degli ultimi decenni. Sta sfidando l’affermazione del tabacco da fumo sul mercato della nicotina. Abbiamo tra le 150 e le 200 mila persone in Nuova Zelanda e la stragrande maggioranza di loro sono ex fumatori o fumatori che cercano di smettere“. Tra le nuove norme, anche la notifica al Ministero della Salute dei liquidi da immettere sul mercato e controlli di sicurezza sulla composizione. L'articolo Sigarette elettroniche, la Nuova Zelanda prende a modello l’Europa proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  6. Si è tenuto a Berlino, in Germania, dal 19 al 22 febbraio l’ottava edizione della European Conference on Tobacco or Health (Ectoh). Si tratta di un incontro che si tiene ogni tre anni e che riunisce scienziati, ricercatori, funzionari pubblici, associazioni non governative e altri soggetti attivi nel campo del tobacco control. Durante i lavori si è molto parlato anche di sigarette elettroniche e riduzione del danno, ma in maniera un po’ univoca, se è vero quanto lamentato su Twitter dal britannico Gerry Stimson, professore emerito dell’Imperial College di Londra. E cioè che sia stata applicata una “apartheid accademica”, nei confronti di chi, come lui, ha un punto di vista fuori dal coro. La mancanza di punti di vista critici è stata evidente in tutto il dibattito, a cominciare dalla posizione della Commissione europea, espressa da Thea Emmerling della Direzione generale per la salute. “L’unico vero modo per uscire dalla dipendenza (dalla nicotina e dal tabacco) – recitava una slide che accompagnava il suo intervento – è non iniziare a usarla! Se hai iniziato, smetti di usarla!”. Sotto questi auspici, il dibattito ha demonizzato la sigaretta elettronica e gli altri strumenti a rischio ridotto, facendo di tutta l’erba un fascio e riconducendo tutto a una manovra dell’industria del tabacco per sovvertire i risultati raggiunti dal tobacco control. Questa impostazione di ritrova interamente nella dichiarazione finale, dove si legge, fra l’altro, che i partecipanti “prendono atto che l’industria del tabacco continua a lanciare e promuovere nuovi prodotti dannosi e che creano dipendenza, per conservare gli attuali utilizzatori e attirare nuovi consumatori” e si dichiarano “allarmati dall’aumento di consumo di tabacco e nicotina attraverso nuovi prodotti come quelli a tabacco riscaldato e le sigarette elettroniche, compreso l’uso duale o di più prodotti”. I partecipanti si dichiarano, inoltre, “consapevoli degli sforzi sempre più aggressivi e ben finanziati dell’industria del tabacco e i suoi alleati per mettere in pericolo o sovvertire il controllo del tabacco e rinormalizzarsi”. Chi sarebbero i suoi alleati? Secondo una presentazione basata sulle interazioni su Twitter dell’organizzazione Stop, intitolata Stopping tobacco organizations e products, più o meno chiunque sostenga il vaping. Compreso il blog Vapolitique dello svizzero Philippe Poirson, che assicura di non avere alcun legame con l’industria del tabacco e valuta azioni legali. Dopo queste prese d’atto e allo scopo “di raggiungere un’Europa sana, eliminando l’uso del tabacco e riducendo l’uso dannoso della nicotina”, i partecipanti formulano alcune richieste ai Paesi che fanno parte della Convenzione quadro sul controllo del tabacco dell’Organizzazione mondiale di sanità, quindi anche l’Italia. Alcune riguardano direttamente la sigaretta elettronica: “I Paesi dovrebbero adottare una tassazione minima sulle sigarette elettroniche e i prodotti simili per scoraggiare l’uso fra i giovani; i Paesi dovrebbero eliminare le esenzioni per le sigarette elettroniche i prodotti del tabacco diversi dalle sigarette e i surrogati per quanto riguarda gli aromi, il packaging, la pubblicità su tutte le piattaforme, il marketing, la promozione e la sponsorizzazione”. Insomma, smetti di fumare o muori. L'articolo Ectoh Berlino, gli esperti del tabacco non riconoscono la riduzione del danno da fumo proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  7. Se il fumatore non va alla montagna, è la montagna che deve andare dal fumatore. Questo è quello che pensa Giuseppina Massaro, psicologa torinese che da sempre si occupa di dipendenze a 360 gradi, e dal 2013 in particolare di fumo. E siccome meno dell’1 per cento dei fumatori si rivolge ai centri antifumo, la dottoressa Massaro ha pensato di fare il primo passo, andando a cercarli sul posto di lavoro. Così si è proposta alle grandi aziende, in particolare multinazionali, per fornire percorsi di disassuefazione al fumo ai loro lavoratori. Cosa spinge un’azienda a investire risorse, tempo e denaro per far smettere di fumare i dipendenti? Innanzitutto questi percorsi vengono presentati come sostenibilità e le aziende hanno dei riconoscimenti in base a quello che investono sul benessere della salute del dipendente. Inoltre, un dipendente che smette di fumare si ammala e si assenta di meno. L’azienda ne trae un vantaggio concreto, perché non deve sostituirlo, non deve pagargli, almeno in parte, la mutua. In alcune aziende questi progetti sono stati molto apprezzati anche dai sindacati, che ne sono venuti a conoscenza dai partecipanti e hanno chiesto che il percorso fosse continuato. I lavoratori hanno uno stimolo in più a partecipare, perché gli interventi vengono fatti nell’ambito dell’orario di lavoro, dunque non è necessario recarsi in qualche luogo, ma solo staccare mezz’ora per usufruire di un servizio, che per loro è gratuito. C’è qualcosa che rende la dipendenza dal fumo diversa dalle altre? È molto più subdola rispetto alle altre, perché il danno legato alla salute non si vede immediatamente, ma nel tempo. Questo induce il fumatore a opporre resistenza. La frase tipica è: “Ma io non sono mica malato!”, perché non si rende conto che, un pezzetto alla volta, malato lo può diventare. Le sigarette, come sappiamo, contengono sostanze cancerogene di classe A, il cui danno non si vede immediatamente, ma col tempo possono causare tumore, cancro o problemi cardiocircolatori. Patologie importanti che il fumatore si costruisce un po’ alla volta. Quindi il fumatore deve essere convinto che ha bisogno di smettere di fumare? Sì, non è una cosa immediata. Anche perché abbiamo a che fare con la nicotina, la sostanza che dà la dipendenza, che è la nona droga più potente e agisce sul cervello. A livello psicologico, il fumatore si crea continuamente scuse per rimandare il momento di smettere. Non aiuta il fatto che sia una dipendenza socialmente accettata. Anzi, se andiamo un po’ indietro nel tempo, prima che si scoprissero i danni del fumo, e pensiamo per esempio a Humphrey Bogart che aveva sempre una sigaretta in bocca come elemento di fascino, ci rendiamo conto che c’è proprio una cultura che è cresciuta insieme alla sigaretta, trasmettendo delle immagini e dei valori distorti. Quanto è difficile far accettare al fumatore che ha bisogno di aiuto? Facile non è. Io vado a lavorare proprio sulla testa del partecipante, cerco di fargli capire che tipo di fumatore è, perché in fondo noi siamo degli animali abitudinari. Il fumo funziona molto per associazioni di idee, per esempio caffè e sigaretta, oppure uno è nervoso ha la sensazione che la sigaretta lo aiuti a superare il momento. Esistono queste false credenze che la sigaretta aiuti a superare le difficoltà. Qualcuno potrebbe obiettare che la sigaretta aiuta davvero in questi casi. Aiuta perché la nicotina è un dopante, quindi dà per qualche minuto la sensazione di tranquillità. Ma poi il problema rimane e magari il nervoso rimonta. Anche un giro dell’isolato probabilmente dà lo stesso risultato senza farsi del male. Nel momento in cui nel percorso si iniziano a sfatare questi miti, facendo capire al fumatore che la sigaretta può aiutare, ma non risolve il problema, si comincia a spezzare la dipendenza psicologica e non solo fisica e ad avere dei risultati. Qual è la dipendenza più difficile da sconfiggere: fisica o psicologica? Dal mio punto di vista quella psicologica. Le faccio un esempio: analizzando il fumato di un fumatore, scopriamo che su dieci sigarette consumate, quelle che davvero servono per avere la nicotina, se va bene, sono solo cinque. Le altre sono quelle che definisco “superflue”, cioè fumate non perché se ne sente davvero il bisogno. Io chiedo ai fumatori di diminuire gradualmente il numero di sigarette, fino ad arrivare a quelle tre o cinque che sono lo zoccolo duro. Allora, al pensiero di dover eliminare anche quelle, inizio a leggere il terrore negli occhi delle persone. Ma in realtà, arrivati a tre sigarette, a livello di dipendenza fisica non c’è quasi più nulla. È più una questione di testa che di dipendenza fisica dalla nicotina. Fa ricorso anche altri strumenti di riduzione del danno, come le sigarette elettroniche? Assolutamente sì. Grazie a Dio ci sono! Da quando le ha inserite nei suoi percorsi? Indicativamente dal 2015, dopo che in uno studio, in collaborazione con il professor Fabio Beatrice e l’Istituto superiore di sanità, ho analizzato i risultati clinici di chi faceva lo switch, rilevando una importante riduzione del monossido di carbonio. Il vantaggio per me è stato grande, perché prima perdevo il fumatore che non ce la faceva, adesso invece lo recupero. E ho una riduzione del danno esponenziale. E il fumatore che magari non vuole smettere di fumare, continua con l’elettronica. Cinque anni fa sarebbe rimasto un fumatore con tutti i danni connessi. Per quel che mi riguarda e per quel che riguarda i percorsi che faccio, la sigaretta elettronica è assolutamente un aiuto. Le aziende come l’hanno presa? Ho dovuto iniziare molto lentamente, perché inizialmente erano molto prudenti. Non si aveva grande conoscenza dello strumento e temevano di poter subire delle conseguenze se fossero sorti problemi. Oggi lasciano che io la proponga molto tranquillamente e spesso sono i fumatori stessi che mi propongono di usare l’elettronica. La visione di questo strumento sta cambiando. Soprattutto a fronte delle notizie provenienti dagli Stati Uniti negli ultimi mesi, qualcuno le ha espresso preoccupazione verso la sigaretta elettronica? Sì, è successo. Ma nel momento in cui ho spiegato come stavano le cose e ho dato loro gli strumenti per reperire tutte le notizie corrette, si sono tranquillizzati e non hanno più sollevato il problema. Quindi un minimo di allarmismo c’è stato. Il ricorso alla sigaretta elettronica ha aumentato il tasso di successo? Sì, assolutamente. In questo momento, per esempio, in un’azienda sto trattando venti dipendenti. Dieci hanno già smesso e di questi cinque stanno utilizzando l’elettronica: esattamente il 50 per cento. Se mi rendo conto che un fumatore non ce la fa, lo faccio switchare all’elettronica e poi insieme si decide cosa fare, anche arrivando alla cessazione definitiva. Il loro obiettivo e il mio mandato è quello di smettere, quindi di utilizzare l’e-cig per arrivare alla cessazione, ma in molti casi decidono che si trovano bene con l’elettronica e continuano a utilizzarla. A quel punto per me è già un successo, perché ho ridotto il rischio del 95-90%, a seconda del device. Quindi per me è uno strumento fondamentale in questo momento. Questo però non vuol dire che sia lo strumento per smettere di fumare, ma che lo può diventare in mano a un professionista. Perché spesso i professionisti come lei non riconoscono la possibilità che questo strumento sia usato autonomamente dal fumatore per smettere? Per la mia esperienza, quando i fumatori fanno il “fai da te” hanno buone probabilità di fallire. Alcuni riescono a smettere, ma altri dopo pochi mesi tornano a fumare, magari perché gli mancano delle nozioni o non erano così convinti, oppure rimangono duali. Utilizzare insieme sigaretta elettronica e di tabacco a livello di salute non è il massimo e rimane sempre alto il rischio di abbandonare l’e-cig. Nei miei percorsi, continuo a vedere regolarmente i lavoratori anche dopo il passaggio all’elettronica, per controllare che il cambio di modo di fumare si sia consolidato. È un percorso controllato e professionale. Nella sua esperienza clinica, quali sono i vantaggi di questi nuovi strumenti rispetto alle terapie nicotiniche tradizionali come gomme e cerotti, che probabilmente utilizzava prima? Sinceramente io non le utilizzavo, perché ho sempre fatto più un lavoro di testa. Perché non le ritiene efficaci? Sì e no. Io preferisco che il fumatore ci arrivi con il suo cervello, bisogna che acquisisca la consapevolezza di come fuma e quindi diventi in grado di esercitare un controllo. È un lavoro un po’ diverso. Naturalmente se mi chiedono i cerotti o la vareniclina, io sono tenuta a darglieli o a far fare la prescrizione per il farmaco che loro desiderano. Ho però visto che in questi casi non sono riusciti a smettere, a parte con la vareniclina che è un farmaco fatto apposta ma con un sacco di effetti collaterali. Il problema di queste terapie è che non permettono al fumatore di prendere la nicotina quando gli serve. Il cerotto dà nicotina in continuazione, ma quando il fumatore si trova in difficoltà e ha bisogno della botta di nicotina, va a cercare la sigaretta. Ho avuto persone che avevano il cerotto e fumavano. Perché è vero che il cerotto dà la nicotina, ma controlla solo la parte fisica, non quella psicologica. Cosa che spiega, invece, il successo della sigaretta elettronica. Quindi lei, nel suo percorso, ha abbracciato, ove necessario, la strategia di riduzione del danno da fumo. Ritiene che questo possa rappresentare una soluzione per il problema delle malattie e le morti fumo correlate? Sì, nel senso che passando dalla sigaretta tradizionale a quella elettronica si riduce il rischio del 95 per cento. Quindi è uno strumento ottimo per la riduzione del rischio. (intervista tratta dalla rivista Sigmagazine #18 gennaio-febbraio 2020) L'articolo Sigarette elettroniche, la dottoressa Massaro: “La mia lotta antifumo azienda per azienda” proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  8. Usa – Era inaffidabile lo studio che legava l’ecig all’aumento del rischio di infarto Il Journal of American Heart Association ha ritrattato lo studio pubblicato lo scorso giugno che metteva in relazione l’uso della sigaretta elettronica con l’aumento di rischio di infarto del miocardio, affermando che l’azione del vapore fosse simile a quella del fumo tradizionale. Le conclusioni dello studio, firmato da Dharma Bhatta e Stanton Glantz dell’Università della California, “sono inaffidabili”, ha comunicato la rivista. La vicenda, che per un anno ha animato le critiche (ora si può dire giuste) degli oppositori, nel riassunto di Sigmagazine, ricco anche di link a tutti gli articoli su questo studio. Cina – Il coronavirus colpisce anche l’industria del vaping Il settore del vaping non poteva restare esente dalle conseguenze del coronavirus, il cui impatto economico sta mettendo in crisi molti settori industriali (il più colpito è quello automobilistico). Ma proprio come per le auto, anche per le ecig la produzione cinese è fondamentale (hardware, componentistica) e diversi media riportano notizie di intoppi nelle produzioni, fabbriche temporaneamente chiuse, rallentamenti nelle spedizioni. Il coronavirus sta colpendo servizi e trasporti marittimi e la situazione non pare possa rasserenarsi a breve, per cui è prevedibile una fase di difficoltà nei rifornimenti anche in Europa. Spagna – Ecig, medici in campo con una campagna a favore della riduzione del danno I medici spagnoli scendono in campo a sostegno della sigaretta elettronica come strumento per la riduzione del danno. Lo fanno lanciando una campagna informativa sull’ecig dal titolo “Parliamo forte e chiaro sul vaping”. A organizzarla la Piattaforma per la riduzione del danno, nata lo scorso anno nominando come suo portavoce il chirurgo oncologico dell’ospedale Gómez Ulla di Madrid, Fernando Fenandéz Bueno. L’obiettivo è di informare i fumatori spagnoli sulla possibilità di una terza via tra il fumo e l’astinenza totale. L’articolo di Sigmagazine illustra i temi della campagna. Francia – Il rimpasto di governo porta alla Sanità un amico della sigaretta elettronica Cambio al vertice del ministero della Sanità a Parigi. Il presidente Emmanuel Macron ha chiesto a Agnès Buzyn di sostituire nella corsa a sindaco della capitale il candidato Benjamin Griveaux, azzoppato da uno scandalo sessuale. Il successore di Buzyn è il deputato di En Marche Olivier Véran, trentanovenne, neurologo, già consigliere per la regione di Auvergne-Rhône-Alpes e deputato dal 2017. La sua nomina è stata salutata con favore dagli svapatori francesi, per le aperture dimostrate in più occasioni verso la sigaretta elettronica. Sigmagazine approfondisce il profilo politico e professionale del nuovo ministro. Taiwan – Un divieto di svapo di stampo totalitario A Taiwan e alla sua regolamentazione draconiana sul vaping la rivista tedesca online di settore Egarage dedica una lunga analisi, definendo il sistema di divieti della città Stato cinese “di stampo totalitario”. Egarage ricorda come la normativa in vigore sia la più restrittiva di tutta l’Asia, un continente certo non morbido nei confronti del settore. Più rigida dell’India stessa, che proprio di recente ha decretato un divieto totale. Quello in vigore a Taiwan è in realtà assai più che un divieto totale, scrive la rivista tedesca, giacché è proibita non solo la vendita di sigarette elettroniche ma anche la semplice introduzione del dispositivo anche se privo di liquidi. Una misura dunque peggiore che in India, dove almeno è consentito l’utilizzo provato dell’ecig da parte dei turisti. Al contrario, la durezza della legge taiwanese si avverte già alla dogana dell’aeroporto di Taipei. Tuttavia i vapers non mancano neppure a Taiwan, insiste Egarage, come dimostrano i 233 casi di importazione illegale di ecig registrati da un rapporto governativo del 2017 (il Tabak Report). È l’ennesima dimostrazione che leggi proibizioniste finiscono con l’incentivare il mercato illegale del contrabbando, attraverso il quale vengono smistati prodotti meno sicuri. Unica consolazione: nonostante il rifiuto dell’ecig anche come strumento per favorire la disaffezione dal fumo, il numero dei fumatori è comunque in calo, perché la durezza legislativa colpisce anche il settore del tabacco. Francia – Terapie antifumo, rivista denuncia: dal bupropione più danni che benefici La rivista d’inchiesta e approfondimento medico sanitario francese Prescrire pubblica da dieci anni una lista di farmaci che, testualmente, “sono responsabili di effetti avversi anche gravi che hanno causato ricoveri o anche morti ma sono ancora in commercio”. Alla voce “Trattamento del tabagismo” è presente un solo medicamento: il bupropione. La sostanza, utilizzata anche dal Sistema sanitario nazionale per far smettere di fumare, secondo ricercatori francesi “provoca disturbi neuropsichiatrici (aggressività, depressione, tendenza al suicidio), reazioni allergiche anche gravi (sindrome di Stevens-Johnson), dipendenza, malformazioni cardiache congenite” nei figli delle pazienti che la assumono. Nonostante questo “è ancora in commercio”. Norvegia – Disinformazione sull’ecig, gruppi pro vaping protestano contro un quotidiano La sindrome americana non risparmia neppure la Scandinavia. In Norvegia si sono scatenate le proteste dei vapers e degli operatori del settore per un lungo articolo (addirittura 14 pagine) dedicato alla sigaretta elettronica pubblicato dalla testata nazionale Dagens Næringsliv e contenente, a detta dei protestatari, informazioni false, menzognere e non basate su alcuno studio scientifico. Un testo completamente sbilanciato che rilanciava i punti classici della disinformazione sull’ecig. Ad alzare la voce i rappresentanti di Nikan (Nicotine Alliance Norway), un’organizzazione no profit che promuove prodotti alla nicotina alternativi (come il vaping e lo snus, particolarmente diffuso in tutta la Scandinavia) nell’ottica della riduzione del danno. Unione Europea – La petizione europea Vaping is not tobacco si arena per insufficienza di firme Si chiude con un insuccesso la petizione europea Vaping is not tobacco, che puntava a far conoscere la voce del vaping in ambito europeo, ad avanzare proposte per scindere la normativa del vaping da quella del tabacco e a creare una apposita Direttiva sganciata anche dai prodotti farmaceutici. Occorreva raccogliere un milione di firme tra i paesi membri dell’Ue, ne sono state racimolate meno di 50 mila. Sigmagazine prova a capire cosa sia andato storto. Etiopia – Lotta al fumo, parlamento approva l’aumento del costo delle sigarette Il parlamento etiope ha approvato una nuova legge che mira a frenare il consumo di tabacco nel paese. La legge prevede un’aliquota del 30 percento del costo di produzione delle sigarette oltre a un’aliquota di accisa specifica pari a 0,25 dollari su ogni singolo pacchetto. Un passo importante nella lotta al fumo, giacché prima di questo aumento l’Etiopia deteneva il record del minor costo mondiale dei pacchetti di sigarette. Gli esperti stimano che il rincaro possa far diminuire del 10% il tasso dei fumatori: un primo passo in un continente dove le multinazionali del tabacco la fanno ancora da padrone. Germania – Fine settimana all’insegna della fiera del vaping C’è anche un appuntamento europeo per il vaping in questo fine settimana. Precisamente in Germania, sabato 22 e domenica 23 febbraio a Bad Salzuflen, piccola località termale di 54 mila abitanti immersa nella famosa foresta di Teutoburgo (nota per la battaglia storica in cui vennero sconfitte le truppe dell’Impero romano) e non distante dal più noto centro di Bielefeld. Gigasteam business expo è il nome della fiera, che si svolge nelle sale del Messezentrum. La fiera, che presenta oltre 100 espositori, ha la particolarità di essere la prima esposizione tedesca dedicata esclusivamente alla sigaretta elettronica, senza commistione del mondo legato allo shisha. La posizione geografica non distante dalla popolosa zona della Ruhr, promette una buona affluenza di pubblico. Interessante, per gli operatori, la serata di sabato dedicata esclusivamente al business to business. L'articolo SVAPOWORLD – Notizie internazionali dal 16 al 22 febbraio proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  9. Gli Stati dell’Unione europea vogliono una accisa armonizzata anche per le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato. È quanto risulta da uno studio presentato dalla Commissione europea dopo avere interpellato i rappresentanti dei 28 governi. La spinta in tal senso potrebbe essere propedeutica alla revisione della Direttiva europea sui tabacchi e prodotti liquidi da inalazione. Sebbene vogliano una accisa armonizzata, gli Stati sono però contrari ad avere una aliquota minima perché potrebbe portare disparità. Un discorso a parte merita i prodotti a tabacco riscaldato che al momento non sono regolamentati da alcuna norma. Gli Stati rispondenti dicono che vorrebbero inquadrare tale tipologia di prodotto in una categoria a se stante, al di fuori del quadro dei tabacchi ma neppure equiparata alla sigaretta elettronica. Il rapporto recita testualmente che “sta diventando un problema la mancanza di una corretta definizione e classificazione all’interno della direttiva sulla tassazione del tabacco dei prodotti del tabacco riscaldato”. È interessante evidenziare che, secondo quanto emerge nell’indagine, i consumatori europei sono più disposti ad accettare una tassazione del tabacco riscaldato rispetto ad una prospettiva che vedrebbe aumentare le imposte sulle sigarette elettroniche. L’indagine commissionata dalla Commissione europea è un segnale di attenzione nei confronti del mondo del vaping e di consapevolezza prima di regolamentare qualsiasi comparto occorre conoscerlo. Andare verso una differente classificazione tra tabacco tradizionale e sigarette elettroniche e riscaldatori di tabacco, ma soprattutto poi sancire ulteriormente una netta distinzione fiscale tra questi ultimi due, sarebbe un ottimo punto da cui poter avviare una discussione seria e fruttuosa. L'articolo La Commissione europea ragiona sul futuro della sigaretta elettronica proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  10. Una sentenza che crea un importante precedente e segna un punto a favore dei rivenditori di sigarette elettroniche. Non spetta al negoziante verificare la conformità del marchio CE, l’unico obbligo è verificare che ci sia. Lo ha stabilito la Terza Sezione Penale del Tribunale di Bari a seguito del procedimento a carico di Andrea Balducci, titolare dell’attività senza Filtro, a cui lo scorso mese di luglio vennero sequestrati circa 600 pezzi tra sigarette elettroniche e accessori vari. Giuseppe Battista, presidente della Terza Sezione Penale, ha dunque ordinato il dissequestro della merce con conseguente riapertura dell’attività commerciale Senza Filtro, cosa che Balducci ha fatto proprio nella giornata odierna. La responsabilità per l’eventuale contraffazione del marchio CE va ascritta al produttore o all’importatore ma non al negoziante. Da quanto si legge in ordinanza, “la marchiatura CE può essere apposta solo da fabbricante o dal suo mandatario. Ne consegue che eventuali irregolarità della stessa possono essere imputate soltanto a tali soggetti” e non anche al dettagliante che ha “soltanto l’onere di verificare che i prodotti rechino la marchiatura CE prima di immetterli sul mercato. Dunque non vi sarebbe uno specifico onere di controllare la genuinità del marchio e/o la sua corretta apposizione, ma soltanto la sua presenza”. L’ordinanza 19/11/2020 del Tribunale di Bari smentisce nei fatti e nella sostanza il sequestro operato dalla Guardia di Finanza e dagli ispettori dell’agenzia delle Dogane e monopoli. E lo scrive espressamente: “Nel caso di specie non si riesce a comprendere per quali ragioni il marchio CE si debba considerare “non conforme ed indebitamente apposto”, come invece era stato scritto nel verbale di sequestro della Finanza. Sempre il giudice barese puntualizza inoltre che lo stesso verbale non sia stato redatto in maniera congrua e puntuale perché si segnalavano “irregolarità con riferimento alla corretta apposizione della marchiatura CE” ma senza fornire “alcuna delucidazione in merito”. “Risulta impossibile – continua la Terza Sezione Penale di Bari – anche solo comprendere per quali ragioni l’apposizione della marchiatura CE dovrebbe considerarsi irregolare e/o indebitamente apposta, sicché allo stato si deve ritenere insussistente il fumus dei reati contestati”. Andrea Balducci ha potuto così riprendere possesso dei “598 pezzi di materiale elettrico a bassa tensione” e riaprire le vendite attraverso il sito Senza Filtro. “Sono contento – commenta Andrea Balducci – che la situazione si sia chiarita e la mia posizione sia, almeno per quel che riguarda il sequestro della merce, risolta positivamente. Ne approfitto per ringraziare tutti coloro che in questi mesi, per me davvero difficili da superare, mi hanno manifestato la loro solidarietà: amici, clienti, colleghi, distributori e semplici appassionati di svapo che nei modi più svariati mi sono stati vicini. È solo grazie a loro se ho deciso, a distanza di più di sette mesi dal fatto, di rimettere online il sito. Quasi come segno del destino la riapertura capita alla vigilia del settimo anniversario dall’apertura di senza Filtro. Era il 22 febbraio 2013. Domani festeggeremo il compleanno un po’ più serenamente”. L'articolo Marchio CE, Tribunale di Bari: “Non spetta al negoziante verificarne la conformità” proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  11. La Plataforma para la reducción del daño por tabaquismo lancia una campagna informativa sulla sigaretta elettronica. La piattaforma è nata lo scorso anno, scegliendo come suo portavoce il chirurgo oncologico dell’ospedale Gómez Ulla di Madrid, Fernando Fenandéz Bueno. Lo scopo è quello di offrire ai fumatori spagnoli, che sono il 34 % della popolazione totale, una terza via fra il fumo e l’astinenza totale. Quella, appunto della riduzione del danno, che prevede fra i suoi strumenti anche la sigaretta elettronica. La necessità di fare informazione corretta, spiegano dalla Piattaforme, nasce dalla serie di notizie degli ultimi mesi sugli strumenti di riduzione del danno, che ha aumentato la grande confusione che esiste intorno ad essa. Da qui l’idea di lanciare la campagna “Hablamos alto y claro sobre el vapeo”, nella quale i medici aderenti all’iniziativa offriranno informazioni chiare e precise, basate sulle evidenze scientifiche, “su queste alternative, che ci consentono di unire le forze nella lotta contro il fumo in modo efficace”. L’obiettivo è quello di risolvere i dubbi del pubblico con una campagna descritta come “aperta, dinamica e bidirezionale”. I consumatori o i fumatori, tramite un apposito formulario sul sito della piattaforma, potranno inviare le loro domande ed esprimere le loro perplessità, ricevendo risposta dai medici. “La riduzione del danno – spiega Josep Maria Ramon Torrell, capo del Servizio di medicina preventiva e dell’Unità per il fumo dell’Ospedale universitario di Bellvitge – è un concetto che si applica da anni nella salute pubblica. Però non è ancora arrivato sul tema del tabagismo. Che facciamo con le persone che non riescono o non voglio smettere di fumare? incrociamo le braccia, aspettando che si uccidano lentamente o possiamo dar loro una soluzione meno dannosa del tabacco convenzionale?”. Torrell sottolinea come il rischio zero sia inesistente, ma la dannosità della sigaretta elettronica sia talmente inferiore, che vale la pena di utilizzarli: “Non c’è discussione”, conclude. La speranza per i medici della Plataforma è arrivare nel lungo termine al modello inglese, come sottolinea il portavoce Fenandéz Bueno. “È è tempo di parlare ad alta voce e chiaramente dello vaping – afferma – e di guardare avanti come fanno già Paesi come il Regno Unito, dove sono fermamente impegnati in alternative meno dannose alla nicotina con risultati incoraggianti”. L'articolo Spagna, medici parlano “forte e chiaro” sulla sigaretta elettronica proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  12. È tristemente ironico, per non dire esasperante, constatare come le più pesanti bordate al settore della sigaretta elettronica in particolare e alla strategia della riduzione del danno da fumo in generale, provengano da studi, notizie, teorie che nel migliore dei casi non hanno retto il vaglio della prova scientifica e nel peggiore si sono rivelati semplicemente falsi. La riflessione parte dal caso più recente: la ricerca firmata Stanton Glantz e Darma Bhatta pubblicata lo scorso giugno sul Journal of the American Heart Association. I due professori della University of California, basandosi sulle rilevazioni del Path, concludevano che esiste una relazione fra l’uso della sigaretta elettronica e l’infarto. I risultati di questo studio, come sempre accade quando si parla di sigaretta elettronica, hanno fatto il giro sui giornali di tutto il mondo, scoraggiando non solo i vaper, ma anche i fumatori dal passare a uno strumento meno dannoso. Nel frattempo però qualcuno si è preso la briga di controllare i dati del Path (Population Assessment of Tobacco and Health survey) utilizzati da Glantz (in foto) e Bhatta, scoprendo che i due si erano dimenticati di tenere in considerazione una variabile. E cioè se nel campione preso in esame l’infarto si fosse verificato prima o dopo aver iniziato ad utilizzare l’e-cigarette. Una dimenticanza non da poco, visto che gran parte del campione aveva registrato l’evento cardiaco in media 10 anni prima di iniziare a svapare. Eppure i dati erano disponibili nel Path. Dopo otto mesi e molta pressione da parte del mondo scientifico, la rivista ieri ha ritrattato lo studio, dichiarando i suoi risultati “non affidabili”. Ma è molto preoccupante quanto si evince leggendo la nota che accompagna la ritrattazione. Il board editoriale, si legge, aveva già rilevato in fase di peer reviewing (cioè di revisione) queste mancanze nello studio e aveva chiesto agli autori di fornire dati ulteriori. E allora – viene da chiedersi – perché aveva comunque proceduto alla sua pubblicazione? Il risultato è che la non provata associazione fra sigaretta elettronica e danni cardiovascolari è stata fatta propria dall’Oms, da gran parte della classe medica e politica, per non parlare dell’opinione pubblica ed è difficile che venga scalfita da una ritrattazione accademica tardiva. Sempre al professore Stanton Glantz si deve un’altra delle teorie che danneggiano la reputazione del vaping, quella che vede nell’e-cigarette la porta d’ingresso al fumo tradizionale. Periodicamente vengono presentati studi e ricerche che la smentiscono (il più recente è a firma francese) eppure il Gateway effect è sempre sulle bocche degli oppositori del vaping, immune a qualsiasi prova contraria. Questo accade anche perché Glantz, direttore del Center for Tobacco Control Research and Education dell’Università della California a San Francisco, è una specie di eroe della lotta al fumo. Curiosamente non è un medico ma un ingegnere aerospaziale con un master in meccanica applicata e un post dottorato ottenuto con una ricerca sul modello matematico dei tessuti cardiaci. Nel 1976 ha fondato il movimento Americans for nonsmoker’s Right e nel 1994 ricevette del materiale segreto che provava come le aziende del tabacco conoscessero da lungo tempo la dipendenza causata dalla nicotina e i danni del fumo e le avessero nascoste al pubblico. Questo ha fatto di lui un’icona del Tobacco control e la sua fulgida aura non è stata scalfita nemmeno dalle accuse di molestie sessuali e di condotte misogine e razziste, mosse in tempi diversi da due ricercatrici del suo dipartimento. Nonostante l’indagine interna dell’università abbia concluso che Glantz ha violato il codice di facoltà, il professore rimane saldamente al suo posto. Proprio ieri ha pubblicato un lungo intervento in cui sostiene i risultati dello studio sull’infarto e accusa il Journal of the American Heart Association di “aver ceduto agli interessi della sigaretta elettronica”. Per colmo dell’ironia, anche una delle ricercatrici oggetto delle molestie ieri era iperattiva su Twitter e accusava Glantz di averle rubato l’idea dello studio, escludendola dalla sua realizzazione. Per restare sempre agli Stati Uniti, che dire della crisi di malattie polmonari che per mesi ha tenuto banco sui media di tutto il mondo, attribuendo ricoveri e decessi all’uso della sigaretta elettronica? Quando le autorità sanitarie si sono finalmente decise a scagionare pubblicamente l’e-cigarette, identificando il colpevole nell’acetato di vitamina E aggiunto ai liquidi con Thc illegali era ormai troppo tardi per riparare al danno fatto. Una gran parte del pubblico rimane convinta che le sigarette elettroniche siano pericolose e questo si traduce in meno fumatori che scelgono la riduzione del danno. In pratica in più morti per fumo. Arriva sempre da Oltreoceano l’emergenza vaping e minori, negli Usa ribattezzata come epidemia, e che viene ripetuta in ogni consesso anche in Europa, dove non vi sono numeri a giustificarla. E, a ben vedere, anche negli Usa la questione è più che controversa, come rilevato – fra gli altri – da uno studio di David Abrams e Raymond Niaura della New York University. Basta prendere in considerazione la variabile della frequenza d’uso dell’e-cig fra i minori, spiegano, per avere un quadro completamente diverso. E cioè che non solo l’emergenza esce completamente ridimensionata, ma che anzi “la sigaretta elettronica sta contribuendo a rimpiazzare fra i giovani la molto più pericolosa abitudine al fumo – una riduzione del danno che va a netto vantaggio della popolazione in generale”. Sembra proprio che alcuni dei più ferventi attivisti anti-fumo abbiano sviluppato una specie di riflesso pavloviano verso qualsiasi cosa che non sia l’astinenza totale e non riescano a vedere il vaping se non come una ennesima subdola manovra del nemico che hanno sempre cercato di abbattere. E così, in mancanza dei danni della combustione, si cerca di demonizzare la nicotina, che pure è presente in gran parte delle terapie che loro stessi consigliano e che sono acquistabili senza ricetta e senza che nessuno se ne sia mai preoccupato. Con l’arrivo della sigaretta elettronica si è scoperto che la nicotina causa danni allo sviluppo cerebrale degli adolescenti. Le prove scientifiche? Studi sui topi da laboratorio che, come più spesso sottolineato, hanno una fisiologia difficilmente ribaltabile sull’essere umano. E poi veniamo da generazioni che sono state esposte al fumo attivo e passivo in età adolescenziale. Come si chiedono molti osservatori, se ci fossero questi danni, è possibile che non siano stati rilevati in decenni di ricerche su fumatori ed ex fumatori? Sulle nostre sponde possiamo ricordare il cosiddetto scandalo dei metalli pesanti rilevato nei liquidi per inalazione. Era il 2013, il settore del vaping era in piena espansione, ad ogni angolo di strada sorgeva un negozio di e-cig, quando uno studio dell’Università Federico II lanciò l’allarme. Anche in questo caso la notizia ebbe un forte clamore mediatico e furono aperte inchieste giudiziarie. Salvo poi scoprire che, almeno nei liquidi prodotti da aziende italiane, i metalli pesanti presenti erano infinitesimali, ben al di sotto le soglie previste dalla legge. Ma spesso le smentite non arrivano alle orecchie del pubblico con la stessa forza delle accuse e le obiezioni articolate non hanno lo stesso impatto di un titolo sensazionalistico. Una costante rimane, però, sempre attiva nella breve e travagliata vita del mondo delle sigarette elettroniche. Il suo peggior nemico è sempre la menzogna. L'articolo Tutte le menzogne (documentate) contro la sigaretta elettronica proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  13. Veronica “Nika” Tudisco firma un nuovo liquido di ricarica per sigarette elettroniche. Tra i personaggi più conosciuti e apprezzati del web, complice anche lo stile sobrio delle sue immagini social, si appresta ad affrontare il mercato del vaping con Nikita, aroma da 20 millilitri presentato nell’ormai consueto flacone da 60 millilitri. Occorre dunque soltanto aggiungere la base neutra e, nel caso, la nicotina desiderata per avere il liquido pronto all’uso. La produzione è stata affidata a Tnt Vape. La miscela è composta da un principale aroma tabaccoso, ammorbito e addolcito da note di ciliegia. E nel finale, per rendere il tutto più rotondo, appare il sapore del butterscotch flambè, un dolce inglese a base di burro e zucchero simile al caramello. “Sono emozionatissima – commenta con una punta d’orgoglio Veronica Tudisco – di esser riuscita a portare a termine questo progetto. Abbiamo lavorato per mesi, miscelando e assaggiando, e finalmente credo che siamo riusciti a trovare l’armonia ideale. Ho apprezzato l’instancabile da parte di tutta la squadra di aromatieri e di tecnici della Tnt di ricercare il perfetto bilanciamento e la ricchezza delle sfumature aromatiche, riuscendo così a creare un liquido adatto a tutti i dispositivi e perfetto anche per lunghe sessioni di svapo quotidiano“. Nikita sarà disponibile sugli scaffali dei negozi a partire da lunedì 24 febbraio, mentre la distribuzione all’ingrosso sarà affidata a Ribilio e aperta nella giornata di venerdì 21 febbraio. L'articolo Veronica “Nika” Tudisco firma il Nikita, nuovo liquido di Tnt Vape proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  14. Nuovi movimenti societari nell’ambito delle aziende di produzione di liquidi e aromi per sigarette elettroniche. Lo storico marchio De Oro di Massimiliano Celeghin è stato acquisito dalla Sigel di Alberto Manzato, già detentore del brand Suprem-e. L’operazione si è conlusa nei giorni scorsi. Oltre al cambio di comandante, è previsto anche un restyling del marchio. “Ci sono sempre stati diversi punti di contatto con Suprem-e – commenta Manzato – ed essendo Sigel Srl una società di rilievo e un leader del settore del vaping italiano, abbiamo pensato bene di creare un rapporto di piena sinergia annunciando l’acquisizione di DeOro, azienda contraddistinta da alti standard qualitativi e da un Made in Italy molto spiccato. Ciò ci permetterà di avere la giusta flessibilità per crescere ed espanderci, e ci consentirà di continuare nella missione di realizzare prodotti unici e intramontabili. L’operazione permetterà inoltre di rafforzare ulteriormente la notorietà e la visibilità del brand DeOro, già conosciuto da anni da tutti i vapers italiani. Per i consumatori finali non cambierà nulla, anzi: il nostro obiettivo principale sarà sempre quello di ricercare un connubio perfetto tra gusto, design e sicurezza, grazie alla continua ricerca di nuove tecnologie produttive e materie prime di grado farmaceutico. Come tutti i prodotti a marchio Suprem-e, anche le linee DeOro saranno distribuite in esclusiva tramite Ribilio, nostro partner di fiducia da anni“. L'articolo Sigarette elettroniche, acquisizioni aziendali: De Oro in scuderia con Suprem-e proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
  15. Una disfatta. Un segnale di debolezza. Una occasione perduta. Si potrebbe descrivere in tanti modi l’insuccesso ottenuto dalla petizione europea Vaping is not tobacco, lanciata un anno fa e arrivata oggi al suo giorno di chiusura. L’obiettivo era importante: fare ascoltare la voce dei consumatori e degli operatori della sigaretta elettronica in ambito europeo, dimostrare le proprie ragioni, avanzare proposte che prevedevano la scissione del vaping dalla normativa del tabacco, creando invece una apposita Direttiva sganciata anche dai prodotti farmaceutici. Perché questo accadesse, occorreva raccogliere un milione di firme, spalmate tra i 28 – poi diventati 27 a causa della Brexit – Paesi membri dell’Unione. Leggere a un anno di distanza il numero di sottoscrittori totali è disarmante: meno di 50 mila. E magra consolazione è vedere l’Italia seconda soltanto alla Germania come numero di firme raccolte: 11.800 per noi, 22.700 per loro. Fanno riflettere le 342 firme raccolte in Belgio, tra i Paesi più ostili in materia di vaping, i cui consumatori proprio per questo dovrebbero essere i più motivati. Per non parlare della Francia: 250 firme raccolte. E si può continuare con la Spagna (823), la Croazia (45), la Polonia (778). A leggere i numeri si potrebbe pensare che al consumatore medio nulla importi nulla della regolamentazione o delle politiche legate al mondo della sigaretta elettronica. Può anche essere. Ma non basta. Ci deve essere un altro motivo su cui convogliare il disappunto della più parte degli stakeholder europei. Uno potrebbe essere aver visto tra i sostenitori economici dell’iniziativa la multinazionale Imperial Brands. Diecimila euro destinati alla realizzazione del sito. Certamente il logo dell’azienda può aver fatto storcere il naso a qualcuno. Ma se si vanno a vedere i brand aderenti, si può notare che non era l’unica Big del tabacco o multinazionale del vaping. C’era Bat, rappresentata dalla propria associazione, c’era Juul direttamente e, di conseguenza, c’era anche Altria, ovvero Philip Morris International. C’erano le principali associazioni di categoria italiane ed europee, dai produttori ai negozianti, sino ai consumatori. Col senno del poi, non è stata una scelta vincente aprire alle multinazionali e alle aziende, se è stato questo ad aver dato adito a timori e spavento agli occhi dei consumatori. D’altro canto è pur vero che, se loro stesse avessero impegnato direttamente forze e risorse per sostenere la petizione, probabilmente il risultato sarebbe stato molto più facile da raggiungere. O perlomeno si sarebbe arrivati molto più vicino. La loro scelta di esserci, insomma, è sembrato un fatto dovuto: piantare la bandierina per rappresentanza ma senza colpo ferire. Malumore è stato espresso anche perché in fase di sottoscrizione era richiesto l’inserimento dei dati anagrafici, verificati da documento d’identità personale. E sarebbe dunque questo un problema? Quando si acquista un biglietto ferroviario, si prenota un albergo, si compra un articolo online, quando si fa tutto questo non si inserisce addirittura il numero di carta di credito? Proprio perché era una petizione seria e riconosciuta dalla massima istituzione europea, era doveroso inserire i propri dati al fine di poter verificare l’esistenza del sottoscrittore. Con tutto il rispetto, non si trattava di una petizione su Change.org ma di una iniziativa regolamentata da norme e vincoli di legge. Ma probabilmente è mancata una chiara comunicazione a tutti i livelli sin dall’inizio. Pur essendo nell’era digitale, non si può affidare la sorte di una petizione soltanto al web. Occorreva procedere con più determinazione alla vecchia maniera: scarpe comode e strade battute, marciapiede dopo marciapiede, negozio dopo negozio. Per fare questo però occorrono – e si torna al ragionamento di poco fa – denaro e persone. Purtroppo in un anno sono mancati entrambi. Aver fallito un appuntamento così importante alla vigilia della rimessa in discussione della Direttiva europea sui tabacchi e i prodotti liquidi da inalazione è stata un’occasione persa. Ma soprattutto ha dimostrato agli occhi del legislatore l’inconsistenza – per non voler dire l’assenza – di un movimento di opinione attorno al mondo della sigaretta elettronica. È questa la cosa più grave: aver forse perduto l’autorevolezza che soltanto i grandi numeri avrebbero potuto legittimare. Il vaping ha bisogno urgentemente di una normativa chiara che possa sancirne il ruolo di alternativa al fumo. L’attuale direttiva, invece, lo pone sotto il cappello del tabacco, riconoscendogli quindi una subalternità, una correlazione. Non è così. Il vapore, i liquidi, anche gli aromi e gli accessori, hanno bisogno al più presto di regole chiare e puntuali, dettate da conoscenza e competenza. Soltanto un confronto serio e sincero avrebbe potuto se non altro portare avanti un ragionamento e una ipotesi di sviluppo unitaria basata su tre principi chiave: il vapore non è fumo; il vapore non è un medicinale; il vapore deve essere regolamentato autonomamente. Il problema di fondo, l’ostacolo che ogni volta si frappone tra il dire e il fare – e il mondo del vaping straborda di chiacchiere – è sempre lo stesso: chi deve decidere cosa? Chi deve rappresentare chi? Fino a quando il problema sarà “chi” e non “cosa” non si andrà da nessuna parte. Anzi, si andrà dove decideranno e vorranno altri. Si andrà, come foglie secche, nella direzione decisa dal vento. L'articolo Si chiude con un flop la petizione europea sulla sigaretta elettronica proviene da Sigmagazine. Questo articolo è stato importato in modo automatico da Sigmagazine
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